La mia storia autoriale

Mi è capitato, di recente, di dover tornare su alcune righe che ho scritto durante gli anni (sostanzialmente perché non sono più in grado di scrivere narrativa e sono costretta a ispirarmi a roba che ho già scritto per non rimanere a secco).

Durante i giorni scorsi continuavo a leggere e dire “wow, che imbarazzo”.

Poi mi è capitato che qualcuno, per motivi a me ignoti, ha aggiunto una risposta ad una mia vecchissima domanda su Yahoo Answers.

Parliamo di circa una decina di anni fa: usavo la sezione Letteratura e Autori come vetrina per i miei racconti e gli estratti di quelli che, nei miei sogni più inconfessabili, dovevano essere romanzi. A volte fingevo di scrivere per conto di qualcun altro che non osava esporsi, altre (più avanti, quando ormai avevo preso un po’ di confidenza) mi identificavo come autrice.

Ora. I vari brani sono, effettivamente, infantili. Ma poi leggo l’età che avevo.

Quattordici anni, quindici. E tutti i commenti mi dicevano che ero brava, brillante, esaustiva. Sapevo descrivere. Sapevo, insomma, scrivere.

 

Quindi niente, avvio un – breve – viaggetto nella storia delle mie imprese autoriali.

A partire da un prossimo estratto, che arriverà a breve, e potrete trovare QUI.

Vi risparmierò la fiaba del gattino e il topolino che scrissi a sei anni. Quella non è salvabile.

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Inverno

È il primo giorno di inverno
Ma non fa freddo neanche un pochino
Sono ancora stretta
Nel tuo caldo abbraccio
Nelle tue calde parole
Sotto le calde coperte
Tra cui facciamo l’amore

Cos’è successo a quella me?
Seriamente. Dov’è andata a finire?
Sono sicura che un po’ di tempo fa esisteva.

Un po’ di tempo fa era magari timida, scoraggiata, ma alla fin fine credeva nella bellezza del mondo, e credeva di poterla creare, quella bellezza. Forse non credeva di esserne parte. Però sapeva espandere la propria immaginazione all’infinito dentro a se stessa. Creava immagini, mondi, personaggi. Creature misteriose, persino.

E poi? Poi dov’è andata quella persona?
Quella che seguiva le lezioni di filosofia con un orecchio e con l’altro sentiva le voci dei propri personaggi recitare le battute che stava scrivendo? Dov’è? Qualcuno l’ha rapita? Qualcuno l’ha fatta stare zitta per sempre?

Dov’è l’occhio critico con cui giudicavo me stessa e gli altri? Dov’è il mio sarcasmo?

Mi trovo solo a fissare pareti da sotto a una coperta. E non riesco a far altro che pensare a come raccogliere qualche centesimo in più, ma non riesco nemmeno ad immergermi nella mia raccolta incessante di denaro abbastanza da dimenticarmi del resto.

E, Dio, mi sento inutile. Ma non quel tipo di inutilità che poi passa.
Mi sento inutile all’universo.
Mi sento come se avessi un dono, e lo stessi guardando dissolversi tra le mie dita, senza però riuscire a fare niente per contrastarlo. Mi sento un peso nei confronti di me stessa, di quella me stessa che scriveva e disegnava dal fondo della classe e, cazzo, era brava.

Mi sento vuota.
Estranea a me stessa. Da così tanto tempo ormai che so che l’altra me mi ha abbandonata. So che è così.

Eppure ancora spero che torni… ogni tanto ci provo anche, a farla tornare. Mi alzo la mattina e mi metto a fare cose, mi do spinte in avanti, faccio progetti, le urlo “Hey! Guarda, sono qui! Puoi tornare! Torna! Ho bisogno di te!”
E quasi mi sembra di vederla voltarsi, scuotere la testa con delusione, e camminare più lontano. Mentre io crollo sotto il peso di me stessa, e piango nella polvere, in silenzio, e ci soffoco dentro.

100 Robeh inutili su di me – 3 di 4

 

51. Penso sempre al mio cervello come a un’entità che un po’ mi odia.

52. Quindi gli parlo. Parlo al mio cervello. Che, tra parentesi, è ovviamente maschio.

53. Ho sempre sonno.

54. La pioggia mi mette terribilmente ansia.

55. Non so parlare in pubblico.

56. Ho paura della competizione, ma sono tendenzialmente gelosa di chi ottiene dei risultati.

57. Di solito evito di vedere i trailer dei film che so già che vedrò.

58. Ho una certa soglia di sopportazione oltre la quale mi trasformo nella Gialappa’s Band e commento tutto. Tutto.

59. Ho preso il morbillo a quindici anni.

60. Non ho mai dormito con un cane o un gatto.

61. Il mio cibo preferito è la pasta.

62. La mia pasta preferita sono i ravioli.

63. Mi piace (troppo) il sushi.

64. La mia stagione preferita è l’autunno.

65. So a memoria le battute di Tel Chi El Telun. Aldo, Giovanni e Giacomo, ignorante.

66. A tal proposito, “In mutande è caduto?!?” è la mia risposta ogniqualvolta sento la parola ‘cadere’ (e derivati).

67. Chiamo le cose e le persone “Gino” e “Gina”, in modo generico e indistinto.

68. Ho perso un sacco di capelli nell’ultimo anno. Ne ho la metà di quanti ne avessi prima, e nessuno comprende il mio dramma.

69. Se alla parola “Te Infrè” non rispondi “E’ buono qui, è buono qui” non possiamo essere amici.

70. Ammazzo il tempo cazzeggiando, salvo poi pentirmi di aver cazzeggiato per sei ore consecutive.

71. La mia carriera ideale sarebbe nell’animazione, ma tristemente sono una pippa a disegnare.

72. Non mi piacciono le olive, i wurstel e il melone. E i fagiolini. E gli asparagi.

73. Ritengo che il mio nome, abbinato al mio cognome, sia una presa per il culo nei confronti della mia persona.

74. Non mi affeziono troppo in fretta alle persone, a meno che non dimostrino di essere affezionate a me. Lì è fatta. Lì è la fine.

75. Soffro molto di più il freddo che il caldo.

100 Robeh inutili su di me – 2 di 4

26. Ho una vaga paura dei medici.

27. Il mio colore naturale di capelli è castano, ma in passato mi sono tinta (nell’ordine) di nero e rosso. Ora sono rossiccia.

28. A tal proposito, quando troverò un lavoro che si possa definire tale mi farò bionda.

29. Mi piace nuotare, fino a che non sono obbligata a farlo.

30. E invece niente, odio correre.

31. Soffro di depressione.

32. Ritengo che l’olfatto sia un senso estremamente sottovalutato.

33. Le giornate ventose mi mettono allegria.

34. Ho suonato il violino per quasi otto anni.

35. Ho un orologio (rotto) dentro al quale da piccola dicevo di vedere un paesino di montagna nella neve.

36. Sempre da piccola, avevo un telefono giocattolo con cui telefonavo ad un certo Michele.

37. Ho avuto diversi traumi infantili durante i vari corsi di nuoto che ho dovuto seguire.

38. Sono aracnofobica.

39. Ho avuto un paio di profili falsi sul web, sempre per motivi futili.

40. Se potessi cambiare una sola cosa di me sarebbe il colore degli occhi. Li vorrei azzurri.

41. Il non-ti-scordar-di-me è stato per lungo tempo il mio fiore preferito.

42. Amo cantare, ma non l’ho mai fatto davanti ad un “vero” pubblico.

43. Uno dei complimenti più belli che mi abbiano mai fatto veniva da uno sconosciuto.

44. Ho studiato cinese per un anno all’università.

45. Da autodidatta studio programmazione e web design.

46. Mi è stato riconosciuto che tendo ad essere scontrosa perché sono stata respinta troppe volte. In generale.

47. La gentilezza è, per me, la qualità più sexy in assoluto da trovare in un uomo.

48. Non ho mai imparato la tabellina del 7 e dell’8.

49. Per me, molti concetti astratti corrispondono a colori o oggetti concreti. L’amore, per esempio, è un ciondolo di vetro.

50. Ho per lungo tempo odiato il mio corpo abbastanza da non farmi vedere in pubblico con canottiere o pantaloni sopra il ginocchio. Figuriamoci una gonna.

 100 Robeh inutili su di me – 1 di 4

La lista si è appena cancellata da sola. Ero al numero 30.

Quindi ora ho deciso di dividerla in parti.

#neverforget

1. Non ho mai avuto un colore preferito fisso, ma da diversi anni oscilla tra arancione e rosso.

2. La mia più grande paura irrazionale sono uragani e trombe d’aria.

3. Il mio numero preferito è il 3.

4. Sono almeno otto anni che non mi addormento prima di delle undici e mezza.

5. Il mio nome femminile preferito in assoluto non potrà essere il nome di mia figlia. Perché la sfiga conosce il mio indirizzo, apparentemente.

6. Sarei una persona estremamente sportiva, se non temessi giudizio e competizione.

7. Il 7 invece mi porta un po’ sfiga.

8. A volte mi viene voglia di mollare tutto e andare a fare l’investigatrice privata in qualche paese sperduto. Letteralmente, eh.

9. L’Oriente mi affascina talmente tanto che se è vera la storia della reincarnazione non ho dubbi che la mia anima abbia precedentemente vissuto in Cina o in Giappone.

10. Sono atea, a volte tendente all’agnosticismo. Non monoteista, però.

11. La matematica di quarta e quinta Liceo mi piaceva molto. Ma non ero brava, quindi ero costretta a dire che mi faceva schifo.

12. È circa un anno e mezzo che non scrivo più musica, o canzoni, o continuo racconti, o romanzi. E questo mi rende estremamente triste.

13. All music is good music.

14. Sono alta 156 centimetri.

15. Ho dato il mio primo bacio a nove anni.

16. A volte ho paura ad addormentarmi. Sostanzialmente perché ho paura di non svegliarmi più.

17. Non credo al destino o ai segnali dell’universo, ma l’universo continua a darmi torto, su questo fronte.

18. Ho una specie di sesto senso nell’individuare ciò che “s’ha da fare”.

19. Ho un rapporto conflittuale con il mio naso.

20. Ho un luogo segreto sull’internet in cui pubblico poesie.

21. Se dovessi mangiare un solo cibo da qui all’eternità sarebbe pasta al salmone.

22. Non ho mai letto Orgoglio e Pregiudizio.

23. Non so cucinare.

24. Ho sempre avuto la sensazione che per qualche motivo non arriverò alla vecchiaia.

25. Il mio animale preferito è il pinguino. Ma quello che ho eletto a “totem” è l’elefante.

Ecco qui, finito.
Ah, Annalucia culo.

Ma parliamone, di questo burkini – #opinionistanoninterpellata

Parliamone, ma parliamone bene.

Perché in questi giorni sento in continuazione “le femministe dovrebbero essere contro il burkini!” e poi, quando si chiede perché, ci sono un sacco di imprecisioni in mezzo.

Quindi mo vi sedete, fate un bel respiro, e vi fate spiegare da una femminista perché io (io) sono contro il divieto (divieto) del burkini in spiaggia.

Prima di tutto, questo è il burkini:

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NON questo:

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Questo:

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NON questo:

burqa_afghanistan_01
Ques… ah no, scusate.

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Volevo solo ricordarlo a chi si sentirà di dire che il burqa è sbagliato perché copre le fattezze del viso (il che è vero… ma questo è un burkini. NON un burqa).

Tengo anche a ricordare a tutti quanti che questa non è nata come battaglia femminista. Non sono “le femministe” a voler liberare le donne dal burkini. E’ nata tutta come discriminazione religiosa e come paura del terrorismo, perché “chissà cosa nascondono sotto quelle vesti!”.

Vorrei che ce lo ricordassimo tutte le volte che facciamo un commento al riguardo: stiamo discutendo di una palese discriminazione religiosa innescata dalla paura. Se così non fosse, non sentireste parlare di burkini, ma di ‘vestiti ampi’ in generale.

Non stiamo discutendo di libertà, ma di oppressione che forse forse forse (forse) potrebbe avere un riscontro positivo ad un certo punto e con tutte le stelle nella giusta posizione. Niente. Ci tenevo a ribadirlo.

In ogni caso.

Premesso che, sì, ogni femminista vorrebbe per la donna la libertà di scegliere di svestirsi in spiaggia e, sì, tutti quanti riconoscono che alla base della scelta di mettersi il velo c’è un bias culturale in cui la scelta, in realtà, non sussiste nemmeno. O così, o non sei musulmana. O così, o disgraziata. O così, o non desiderabile.

Un po’ come, in fondo, era così per le nostre nonne e bisnonne che andavano in giro con il capo coperto. Per quelle donne che non mostravano le spalle, perché erano oggetto di desiderio maschile. Per quelle donne che per prime hanno messo un costume da bagno (intero, peraltro) in spiaggia, e si sono sentite chiamare prostitute da donne e uomini indistintamente, probabilmente per il resto della loro vita.

Lo sappiamo. Lo sappiamo tutti.

Eppure, anche se nessuno ha mai vietato alle nostre antenate (ma nemmeno alle nostre contemporanee) di andare in spiaggia vestite come delle astronaute, eccoci qui, decine di decenni dopo, in bikini e abbronzate. Oppure pallide. Oppure coperte. Ma in spiaggia, e un po’ come ci pare (…a meno che non abbiamo la cellulite. In tal caso,vai in palestra. Non ti ami abbastanza. Che tristezza di donna.).

Specifico (again): anche io trovo inaccettabile che una donna, per essere considerata una vera donna, debba coprirsi di fronte agli uomini. Che sia in spiaggia, o in piazza, o alle Olimpiadi. Perché è peccaminosa, provocatrice, puttana, se non si copre.

Ma vietare loro di farlo è davvero giusto? Davvero aiuta a cambiare una mentalità? Davvero cambierà la società fortemente patriarcale in cui si trovano?

…o forse impedirà loro di andare in spiaggia, mentre i loro mariti e figli (maschi) ci vanno senza problemi?

Il divieto del burkini non farà insorgere le donne contro gli uomini (e le donne) che le tengono a casa, al massimo si lamenteranno della legge che non le lascia entrare in spiaggia. Non è con un divieto del genere che si risolve, da un giorno all’altro, la questione femminile nella religione. Non è ponendo un altro divieto sulla testa delle donne che si cancellano i primi mille. Non ha mai funzionato. Perché credere che funzionerà ora?

E poi noi, occidentali e non musulmane, dobbiamo smettere di fingere di capire cosa significhi essere donna nella comunità musulmana. Cosa ne sappiamo davvero di cosa significhi mettere il velo? Come possiamo combattere bene delle battaglie che crediamo di conoscere perché a noi, occidentali e non musulmane, sarebbe impossibile coprirci i capelli per tutta la vita?

E non intendo che quindi dovremmo chiamarcene fuori e basta, anzi. Quando (perché è questione di quando, non di se) un movimento femminista musulmano si mobiliterà attivamente per battersi contro l’imposizione del velo e dei vestiti larghi, sarò schierata dalla loro parte, senza esitazioni.

Ma il cambiamento è un processo lungo e faticoso, lo sanno bene le nostre antenate. Lo sappiamo bene noi, che ancora veniamo chiamate cagne se andiamo in spiaggia con il bikini, perché in fondo ci vai per farti guardare, e suore (ironico, no?) se ci andiamo con il costume intero.

E il femminismo è un appoggio, un gruppo nel quale riconoscersi e riscoprire ogni giorno di essere nel giusto. E’ una spinta verso il cambiamento, ma verso un cambiamento che deve avvenire spontaneamente, e non obbligatoriamente.

Il femminismo è un movimento che predica libertà. Quello che dobbiamo fare è accompagnare le nostre compagne verso una visione diversa del mondo, e farci accompagnare da loro dentro il loro, e insieme uscirne più forti e più comprensivi e più empatici e più liberi.

Un divieto non è, e non sarà mai, libertà.