La questione maschile

La questione maschile, dal punto di vista maschile.

Q.I. - Qualcosa d'interessante

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Sono femminista perché quando ho postato online annunci per lezioni di chitarra non sono mai stato contattato da qualcuno che mi proponesse invece “altri lavoretti”, di “fare massaggi” o direttamente se ero interessato a diventare il loro scopamico.
 
Se lo stesso annuncio fosse stato firmato Carla, Maria o anche Genoveffa non sarei stato altrettanto fortunato.
Perché è di questo che si tratta: fortuna. La fortuna di essere nato maschio anziché femmina, di avere un pene e non una vagina.
Nel nostro mondo occidentale ci va ancora bene: nella maggior parte dei casi si rischiano “solo” molestie, mentre in altri parti del mondo è proibito rivelare il sesso del bambino durante la gravidanza per evitare che vengano abortite le femmine (anche se, per non essere da meno, cerchiamo di tenerci in contatto con la nostra componente neanderthaliana con un bel femminicidio di tanto in tanto).
La questione maschile di cui…

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Pattini

Questo file era chiamato “Pattini”. Solo così, “Pattini”.

Doveva essere l’inizio di un breve romanzo o racconto che parlava di una pattinatrice, dalla prima volta che ha messo piede su una pista ad una gara importante, o qualcosa del genere. Sicuramente avevo già iniziato il corso di pattinaggio, e altrettanto sicuramente non avevo ancora smesso.

Era quello che credo volesse essere un racconto semi-autobiografico. Ma la vita ha altri piani.

Quindi, boh, credo potessi avere dodici o tredici anni.

Questo è tutto quello che abbia mai scritto di questo wannabe racconto sportivo. Io. Che scrivo un racconto sportivo. Ahahah.

 

.-*.-*.-*

 

E’ una cosa strana, la rabbia. Un fastidio, una tristezza… passa di mano in mano, di viso in viso, senza che nessuno se ne accorga. E senza saperlo, tutti la aspettano. Non possono vivere senza.

Una vita idilliaca e felice viene considerata vuota e falsa. Eppure tutti vogliono la felicità. E aspettano la rabbia.

 

Certo che mi ricordo quel giorno… già da subito papà disse che ero portata.

– Ma no, non è così difficile come sembra: basta tenere il peso su tutti e due i piedi – mi aveva subito smontato mamma. Ma per sua fortuna ero piccola, restavo ancorata ai complimenti e dimenticavo in fretta tutto il resto. Altrimenti mi avrebbe sentito.

Feci soltanto giri di pista, incollata al bordo, aggrappata con tutte e due le mani alla ringhiera. Non pensavo a niente, non guardavo nessuno, facevo i miei giri di pista e basta, cercavo di reggermi in piedi. Avevo un freddo cane, ma non mollai.

Non penso che da quel giorno sia nata la mia passione, ma di sicuro ha cambiato la mia vita.

La cosa che più adoro è il rumore che le lame fanno quando si salta in velocità: ghiaccio, acciaio, vento… una descrizione non rende neanche la metà delle sensazioni che suscita, ma so dire che è freddo, asciutto, e allo stesso tempo incalzante e deciso.

Avevo undici anni quando ho messo davvero piede in una pista di pattinaggio artistico su ghiaccio. I pattini erano da hockey, presi in affitto nella biglietteria, e lasciavano alquanto a desiderare.

………

Questo brano fa parte di una raccolta di testi che ho scritto durante la mia vita.

Questa raccolta.

Le Lacrime

‘Le Lacrime’ è una poesia.

Perché c’è stato un lungo periodo della mia infanzia in cui non avevo paura di scrivere poesie, anche se il risultato forse non era quello che avrei sperato. Ed ero effettivamente di gran lunga più brava di quanto io non sia ora.

Non l’ho modificata. Otto anni, ‘sta roba qui. Non scherzo. *slow clap*

 

.-*.-*.-*

Le lacrime

 

Le lacrime sono nascoste dietro un sorriso

Sono dopo quello che la bocca dice,

Sono dietro penna, inchiostro e pagine.

Sono dopo i colori,

Dopo gli occhi della gente.

Sono dopo e dopo ancora,

Dopo gli occhi irrequieti dei bambini,

Dopo il tuo migliore amico che ti tende la mano.

Sono dopo la prima parola che hai detto,

Dopo i passi silenziosi di una madre per non svegliare il figlio.

Le lacrime, le tue lacrime, sono dietro una porta,

Una porta di cui non hai mai perso la chiave.

Cos’è successo a quella me?
Seriamente. Dov’è andata a finire?
Sono sicura che un po’ di tempo fa esisteva.

Un po’ di tempo fa era magari timida, scoraggiata, ma alla fin fine credeva nella bellezza del mondo, e credeva di poterla creare, quella bellezza. Forse non credeva di esserne parte. Però sapeva espandere la propria immaginazione all’infinito dentro a se stessa. Creava immagini, mondi, personaggi. Creature misteriose, persino.

E poi? Poi dov’è andata quella persona?
Quella che seguiva le lezioni di filosofia con un orecchio e con l’altro sentiva le voci dei propri personaggi recitare le battute che stava scrivendo? Dov’è? Qualcuno l’ha rapita? Qualcuno l’ha fatta stare zitta per sempre?

Dov’è l’occhio critico con cui giudicavo me stessa e gli altri? Dov’è il mio sarcasmo?

Mi trovo solo a fissare pareti da sotto a una coperta. E non riesco a far altro che pensare a come raccogliere qualche centesimo in più, ma non riesco nemmeno ad immergermi nella mia raccolta incessante di denaro abbastanza da dimenticarmi del resto.

E, Dio, mi sento inutile. Ma non quel tipo di inutilità che poi passa.
Mi sento inutile all’universo.
Mi sento come se avessi un dono, e lo stessi guardando dissolversi tra le mie dita, senza però riuscire a fare niente per contrastarlo. Mi sento un peso nei confronti di me stessa, di quella me stessa che scriveva e disegnava dal fondo della classe e, cazzo, era brava.

Mi sento vuota.
Estranea a me stessa. Da così tanto tempo ormai che so che l’altra me mi ha abbandonata. So che è così.

Eppure ancora spero che torni… ogni tanto ci provo anche, a farla tornare. Mi alzo la mattina e mi metto a fare cose, mi do spinte in avanti, faccio progetti, le urlo “Hey! Guarda, sono qui! Puoi tornare! Torna! Ho bisogno di te!”
E quasi mi sembra di vederla voltarsi, scuotere la testa con delusione, e camminare più lontano. Mentre io crollo sotto il peso di me stessa, e piango nella polvere, in silenzio, e ci soffoco dentro.

100 Robeh inutili su di me – 3 di 4

 

51. Penso sempre al mio cervello come a un’entità che un po’ mi odia.

52. Quindi gli parlo. Parlo al mio cervello. Che, tra parentesi, è ovviamente maschio.

53. Ho sempre sonno.

54. La pioggia mi mette terribilmente ansia.

55. Non so parlare in pubblico.

56. Ho paura della competizione, ma sono tendenzialmente gelosa di chi ottiene dei risultati.

57. Di solito evito di vedere i trailer dei film che so già che vedrò.

58. Ho una certa soglia di sopportazione oltre la quale mi trasformo nella Gialappa’s Band e commento tutto. Tutto.

59. Ho preso il morbillo a quindici anni.

60. Non ho mai dormito con un cane o un gatto.

61. Il mio cibo preferito è la pasta.

62. La mia pasta preferita sono i ravioli.

63. Mi piace (troppo) il sushi.

64. La mia stagione preferita è l’autunno.

65. So a memoria le battute di Tel Chi El Telun. Aldo, Giovanni e Giacomo, ignorante.

66. A tal proposito, “In mutande è caduto?!?” è la mia risposta ogniqualvolta sento la parola ‘cadere’ (e derivati).

67. Chiamo le cose e le persone “Gino” e “Gina”, in modo generico e indistinto.

68. Ho perso un sacco di capelli nell’ultimo anno. Ne ho la metà di quanti ne avessi prima, e nessuno comprende il mio dramma.

69. Se alla parola “Te Infrè” non rispondi “E’ buono qui, è buono qui” non possiamo essere amici.

70. Ammazzo il tempo cazzeggiando, salvo poi pentirmi di aver cazzeggiato per sei ore consecutive.

71. La mia carriera ideale sarebbe nell’animazione, ma tristemente sono una pippa a disegnare.

72. Non mi piacciono le olive, i wurstel e il melone. E i fagiolini. E gli asparagi.

73. Ritengo che il mio nome, abbinato al mio cognome, sia una presa per il culo nei confronti della mia persona.

74. Non mi affeziono troppo in fretta alle persone, a meno che non dimostrino di essere affezionate a me. Lì è fatta. Lì è la fine.

75. Soffro molto di più il freddo che il caldo.

Ma parliamone, di questo burkini – #opinionistanoninterpellata

Parliamone, ma parliamone bene.

Perché in questi giorni sento in continuazione “le femministe dovrebbero essere contro il burkini!” e poi, quando si chiede perché, ci sono un sacco di imprecisioni in mezzo.

Quindi mo vi sedete, fate un bel respiro, e vi fate spiegare da una femminista perché io (io) sono contro il divieto (divieto) del burkini in spiaggia.

Prima di tutto, questo è il burkini:

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NON questo:

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Questo:

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NON questo:

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Ques… ah no, scusate.

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Volevo solo ricordarlo a chi si sentirà di dire che il burqa è sbagliato perché copre le fattezze del viso (il che è vero… ma questo è un burkini. NON un burqa).

Tengo anche a ricordare a tutti quanti che questa non è nata come battaglia femminista. Non sono “le femministe” a voler liberare le donne dal burkini. E’ nata tutta come discriminazione religiosa e come paura del terrorismo, perché “chissà cosa nascondono sotto quelle vesti!”.

Vorrei che ce lo ricordassimo tutte le volte che facciamo un commento al riguardo: stiamo discutendo di una palese discriminazione religiosa innescata dalla paura. Se così non fosse, non sentireste parlare di burkini, ma di ‘vestiti ampi’ in generale.

Non stiamo discutendo di libertà, ma di oppressione che forse forse forse (forse) potrebbe avere un riscontro positivo ad un certo punto e con tutte le stelle nella giusta posizione. Niente. Ci tenevo a ribadirlo.

In ogni caso.

Premesso che, sì, ogni femminista vorrebbe per la donna la libertà di scegliere di svestirsi in spiaggia e, sì, tutti quanti riconoscono che alla base della scelta di mettersi il velo c’è un bias culturale in cui la scelta, in realtà, non sussiste nemmeno. O così, o non sei musulmana. O così, o disgraziata. O così, o non desiderabile.

Un po’ come, in fondo, era così per le nostre nonne e bisnonne che andavano in giro con il capo coperto. Per quelle donne che non mostravano le spalle, perché erano oggetto di desiderio maschile. Per quelle donne che per prime hanno messo un costume da bagno (intero, peraltro) in spiaggia, e si sono sentite chiamare prostitute da donne e uomini indistintamente, probabilmente per il resto della loro vita.

Lo sappiamo. Lo sappiamo tutti.

Eppure, anche se nessuno ha mai vietato alle nostre antenate (ma nemmeno alle nostre contemporanee) di andare in spiaggia vestite come delle astronaute, eccoci qui, decine di decenni dopo, in bikini e abbronzate. Oppure pallide. Oppure coperte. Ma in spiaggia, e un po’ come ci pare (…a meno che non abbiamo la cellulite. In tal caso,vai in palestra. Non ti ami abbastanza. Che tristezza di donna.).

Specifico (again): anche io trovo inaccettabile che una donna, per essere considerata una vera donna, debba coprirsi di fronte agli uomini. Che sia in spiaggia, o in piazza, o alle Olimpiadi. Perché è peccaminosa, provocatrice, puttana, se non si copre.

Ma vietare loro di farlo è davvero giusto? Davvero aiuta a cambiare una mentalità? Davvero cambierà la società fortemente patriarcale in cui si trovano?

…o forse impedirà loro di andare in spiaggia, mentre i loro mariti e figli (maschi) ci vanno senza problemi?

Il divieto del burkini non farà insorgere le donne contro gli uomini (e le donne) che le tengono a casa, al massimo si lamenteranno della legge che non le lascia entrare in spiaggia. Non è con un divieto del genere che si risolve, da un giorno all’altro, la questione femminile nella religione. Non è ponendo un altro divieto sulla testa delle donne che si cancellano i primi mille. Non ha mai funzionato. Perché credere che funzionerà ora?

E poi noi, occidentali e non musulmane, dobbiamo smettere di fingere di capire cosa significhi essere donna nella comunità musulmana. Cosa ne sappiamo davvero di cosa significhi mettere il velo? Come possiamo combattere bene delle battaglie che crediamo di conoscere perché a noi, occidentali e non musulmane, sarebbe impossibile coprirci i capelli per tutta la vita?

E non intendo che quindi dovremmo chiamarcene fuori e basta, anzi. Quando (perché è questione di quando, non di se) un movimento femminista musulmano si mobiliterà attivamente per battersi contro l’imposizione del velo e dei vestiti larghi, sarò schierata dalla loro parte, senza esitazioni.

Ma il cambiamento è un processo lungo e faticoso, lo sanno bene le nostre antenate. Lo sappiamo bene noi, che ancora veniamo chiamate cagne se andiamo in spiaggia con il bikini, perché in fondo ci vai per farti guardare, e suore (ironico, no?) se ci andiamo con il costume intero.

E il femminismo è un appoggio, un gruppo nel quale riconoscersi e riscoprire ogni giorno di essere nel giusto. E’ una spinta verso il cambiamento, ma verso un cambiamento che deve avvenire spontaneamente, e non obbligatoriamente.

Il femminismo è un movimento che predica libertà. Quello che dobbiamo fare è accompagnare le nostre compagne verso una visione diversa del mondo, e farci accompagnare da loro dentro il loro, e insieme uscirne più forti e più comprensivi e più empatici e più liberi.

Un divieto non è, e non sarà mai, libertà.

 

Comunque scrivo

Comunque io, nei periodi di bisogno, scrivo.

Disegno, a volte, ma soprattutto scrivo. Pagine e pagine e pagine. Testi di canzoni, poesie, e racconti, e lunghi flussi di coscienza.

Mi manca lo step successivo, la parte in cui scrivo qualcosa affinché possa essere letto, affinché al possibile pubblico arrivi un messaggio. Quello che davvero è lo “storytelling”: intrattenere, trasmettendo emozioni, concetti, o addirittura ideali.

Ma io non racconto storie. Le scrivo solo.