Sul treno – Perdere l’amore

O meglio, in stazione.
Nonostante di solito per come mi trattano in questi luoghi oscuri ci sarebbero gli estremi per la denuncia.
Stamattina succede che al bar c’è un signore che canta a squarciagola “Perdere l’amore”. Solo quello, solo perdere l’amore, perché poi non sa il resto.
E ad un certo punto, tra risatine di quindicenni e occhiatacce di gente più grande, una cassiera si unisce con “Quando si fa sera”.
Continuano a cantare (e/o mugugnare parole incomprensibili) per un paio di versi.

Forse per divertirsi bisogna essere un po’ matti.

Sul treno – Ferma a Carmagnola?

Diverso tempo fa, forse anche più di un mese.

Prendo il treno per andare a Torino. Sono stanca ancora prima di iniziare la giornata, tutto quello che voglio è passare un viaggio tranquillo, ascoltare musica, guardare fuori, magari dormire. Ovviamente, con una premessa simile, uno può tranquillamente intuire che non andrà affatto così.

Alla prima fermata sale un uomo a cui non faccio troppo caso se non per il fatto che è pieno di posti liberi e si siede di fronte a me. Eh, pazienza, stavolta va così. Prima di sedersi mi chiede se il treno fermi a Carmagnola. Nel rispondere che, sì, il treno si ferma a Carmagnola, mi rendo conto che ha un borsone con sé, ha l’aria trascurata, e puzza di alcol. Eh, pazienza, stavolta va così.

L’uomo non perde tempo e tira fuori dal borsone un tablet, che a quanto pare custodisce gelosamente ancora nella scatola originale. Guarda quello, per un po’, poi lo rimette nella sua scatola e nella borsa, in fretta ma con cura.

Dev’essere un senzatetto, penso. Chissà dove va. Chissà quali piani ha per il futuro. Non mi ero mai nemmeno posta il problema, però pensandoci, se fossi una senzatetto, anche io prenderei un treno ogni tanto e me ne andrei da qualche parte.

Soddisfatto dall’interazione con il tablet, l’uomo prende un portamatite, ne tira fuori qualcuna, poi prende un’agenda del 2008 e strappa un paio di fogli a righe. E poi comincia a disegnare.

A disegnare l’uomo seduto su un sedile dall’altra parte del corridoio. Se il soggetto si accorge dell’attenzione, non lo dà a vedere. E io, dalla mia, sorrido. Sono terribilmente curiosa di sapere come andrà a finire questo viaggio.

In una decina di minuti, il ritratto è finito. Cerco di lanciare un’occhiata, e mi sembra ben fatto. Non perfetto, ma meglio di qualunque cosa avrei potuto tentare io su un treno in dieci minuti. E poi accade esattamente quello in cui stavo sperando.

L’artista si allunga verso il soggetto, gli porge il foglio. L’uomo dall’altra parte del corridoio sembra spaesato, un po’ in imbarazzo. Guarda il disegno e dice che è bello, lo restituisce. All’offerta di tenerlo non si sente di accettare. E qui interviene lei, la ragazza poco più in là.

Guarda il disegno, guarda l’artista, sorride. “E’ molto bello”, dice. L’artista annuisce deciso e sorride, e io prego intensamente di aver ragione su cosa sta per succedere.

Altro foglio, altro soggetto, stessa matita. Dieci minuti e la ragazza poco più in là ha il suo ritratto. L’artista glielo porge, lei sorride ancora, ringrazia e lo prende. L’uomo dall’altra parte del corridoio osserva, in silenzio.

Poi passano i minuti senza che succeda nulla. La ragazza saluta cordialmente prima di scendere alla sua fermata, ringraziando ancora.

Alla fermata successiva, l’uomo dall’altra parte del corridoio si alza. Fa due passi verso l’uscita, poi si gira verso l’artista. Sorride, seppur imbarazzato, e augura una buona giornata.

E io sorrido, ancora, perché quella giornata sarà una giornata più bella per tutti. Perché a volte il mondo ti regala attimi di perfezione che ripagano mille altri momenti in cui lasceresti perdere.

L’artista scende a Lingotto.

Ho tuttora un grande interrogativo sul perché volesse sapere della fermata di Carmagnola.