Alcuni estratti da Sunrise

‘Sunrise’ è una lunga storia, letteralmente.

E’ stato il primo momento in cui ho realizzato che avrei potuto scrivere un romanzo, oltre che leggerlo. La prima volta in cui avevo una storia che mi sarebbe piaciuto leggere, ma non esisteva, e quindi l’ho scritta.

Avevo tredici anni quando l’ho iniziata, l’ho scritta per la maggior parte dei miei quattordici, e probabilmente un pezzo dei quindici. Poi è diventata troppo infantile.

Giusto per avere un quadro generale, parla di una ragazzina che viene risucchiata nel suo libro preferito. Il concetto era molto più avanzato di quanto non pensassi, al tempo.

In ogni caso, butto qui qualche estratto.

 

.-*.-*.-*

Erano le circa le due di notte, la luce della luna filtrava attraverso le tende azzurre della stanza di Ginevra, creando un’atmosfera tranquilla. O almeno lo sarebbe stata se dal piano inferiore non fossero arrivate le voci e i rumori della festa di quell’amica di sua madre.

“Ginevra scendi immediatamente! Non è educato non farti neanche vedere per cena, soprattutto se hai ospiti!” al solito, si aspettava che partecipasse alla calorosa vita famigliare.

“No! Ho sonno… è dalle sei che sono sveglia!” rispose distrattamente, perfettamente cosciente del fatto di non essere stata nemmeno sentita. Sospirò, e diede uno sguardo alla camera, come al solito perfettamente in ordine. Ogni cosa aveva un suo posto: i libri di scuola nello scaffale, i pupazzetti che le avevano fatto compagnia da piccola riposti in un cassetto dell’armadio, i vestiti piegati o appesi vicino al letto. Sul balconcino c’era il telescopio che le aveva regalato papà per i suoi quattordici anni. All’interno, appese alle pareti, diverse illustrazioni riguardanti le leggi che regolano il movimento dei corpi nello spazio, che lei adorava come se fossero state fotografie autografate del suo cantante preferito. Appoggiata sulla scrivania c’era la custodia dell’ottavino, in realtà usato solo il giovedì pomeriggio con un professore decisamente singolare che più che insegnarle a suonare sembrava fare le prove per un cabaret. Sul pavimento non c’era nulla, a parte i cavi del computer e della piccola televisione che la mamma le aveva finalmente permesso di sistemare, dopo immense spiegazioni su quanto sarebbe potuto essere istruttivo poter guardare il TG la sera tardi, senza disturbare lei e le sue telenovelas.

In fondo, quella stanza la rispecchiava: Ginevra era una ragazzina sveglia, con le proprie idee e una passione innata per l’astronomia. Non era molto alta, aveva dei capelli castano-rossicci che preferiva legare e un naso che riteneva decisamente troppo grosso e sgraziato. In compenso, aveva due occhi così azzurri da togliere il fiato. Era una ragazza molto ordinata, e le piaceva studiare, almeno tanto quanto la spaventava andare a scuola. Non che si trovasse male, no, ma la scuola poteva darle e toglierle tutto, tutta la poca stabilità che aveva accumulato nel corso del tempo. E il fatto che il passaggio per il liceo era vicino le metteva ancora più ansia.

In realtà, più che osservare la stanza, stava pensando. Pensando a papà e mamma, alla loro ormai stabile situazione e alla sua, di situazione. Erano ormai più di tre mesi che i suoi genitori avevano divorziato, anche se le cose non erano cambiate molto se non per l’aspetto burocratico: per scelta del giudice il padre avrebbe potuto vederla ogni due week-end e due settimane nei mesi estivi, per tutto il resto del tempo sarebbe stata con la mamma. Più o meno come avevano già deciso di fare quando si erano presi ‘una pausa di riflessione’ durante la quale avevano preferito lanciarsi insulti piuttosto che riflettere davvero.

Sorrise, cercando di pensare ad altro.

Tutto era cominciato circa cinque mesi prima, quando per caso aveva scoperto sul banco di un mercatino un libro decisamente antico del quale non aveva mai sentito parlare. Il titolo era appena leggibile: “Sunrise”. Aveva deciso di comprarlo, visto anche il prezzo minimo, ma l’aveva lasciato da parte per un lungo periodo, perché oltre a non avere mai tempo per leggerlo, non era un genere che le interessava. Aveva sempre pensato di non essere fatta per l’avventura.

Fu un giorno dei tanti in cui i suoi si erano visti che lei decise di fare le valigie e andarsene, in un impulso di indipendenza e rabbia. Ma mentre metteva a punto un piano e buttava qualche abito in valigia, sua madre era entrata nella stanza a l’aveva scoperta. Furiosa con i suoi genitori perché non si preoccupavano per lei e con se stessa per non essere stata capace nemmeno di fuggire, aveva afferrato la prima cosa che le era capitata per le mani ed era corsa fuori dalla casa, per i sentieri di campagna che si ramificavano in quella zona. Ma quando si era accorta che aveva portato con sé quel libro, era troppo tardi per tornare indietro e prendere qualcos’altro.

Il primo impulso era stato quello di buttarlo in un fosso e tirare dritto, ma le ore trascorrevano decisamente lente e l’unico modo per far passare il tempo era distrarsi; così Ginevra aveva preso il romanzo e aveva iniziato a leggerlo. E non aveva più smesso fino a quando non l’aveva finito. O meglio, fino a quando non era arrivata a poco meno della fine, dato che la prima pagina dell’ultimo capitolo era bianca, e così anche tutte quelle dopo.

Aveva letto dodici volte “Sunrise”, e ora stava per fare tredici. Sì, perché, nonostante le trecentoquarantasei pagine, tutte le volte che iniziava a leggerlo non riusciva a smettere, veniva totalmente presa dal racconto, come se lei stessa fosse stata un personaggio.

Era una storia di pirati, una di quelle storie che non si sarebbe mai sognata di leggere se avesse saputo di cosa si trattava. Non aveva idea di chi fosse l’autore, aveva cercato informazioni su internet con il motore di ricerca ma non aveva trovato nulla che potesse avere a che fare con il libro. Quel libro per il mondo non esisteva.

Questo libro sarà la mia rovina. pensò sbadigliando. Forse dovrei gettarlo in un cestino e cercare di tornare a vivere la mia vita…

Già. La sua vita. Perché avrebbe dovuto farlo? Quel libro era decisamente più avventuroso ed emozionante della sua vera vita. Se fosse stata un personaggio di quel romanzo almeno avrebbe avuto il coraggio di dire a tutti in faccia quello che pensava, sarebbe stata più sicura di sé. Avrebbe potuto dire chiaramente ai suoi che aveva tutte le intenzioni di voler bene ad entrambi e soprattutto che voleva rimanere fuori da quella loro faida psicologica in cui l’unica arma era lei.

Si vergognò di nuovo dei suoi pensieri. Sapeva che i suoi genitori le volevano bene, ma il loro modo di comportarsi la portava a pensare che il loro solo scopo fosse farsi del male a vicenda, senza curarsi di cosa avrebbe potuto pensarne lei. Nessuno le aveva ovviamente chiesto cosa ne pensava del divorzio, cosa che purtroppo comprendeva. Erano ‘cose da grandi’. Ma usare ogni pretesto per litigare, anche in sua presenza, non le sembrava giusto.

Questo brano fa parte di una raccolta di testi che ho scritto durante la mia vita.

Questa raccolta.

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Le Lacrime

‘Le Lacrime’ è una poesia.

Perché c’è stato un lungo periodo della mia infanzia in cui non avevo paura di scrivere poesie, anche se il risultato forse non era quello che avrei sperato. Ed ero effettivamente di gran lunga più brava di quanto io non sia ora.

Non l’ho modificata. Otto anni, ‘sta roba qui. Non scherzo. *slow clap*

 

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Le lacrime

 

Le lacrime sono nascoste dietro un sorriso

Sono dopo quello che la bocca dice,

Sono dietro penna, inchiostro e pagine.

Sono dopo i colori,

Dopo gli occhi della gente.

Sono dopo e dopo ancora,

Dopo gli occhi irrequieti dei bambini,

Dopo il tuo migliore amico che ti tende la mano.

Sono dopo la prima parola che hai detto,

Dopo i passi silenziosi di una madre per non svegliare il figlio.

Le lacrime, le tue lacrime, sono dietro una porta,

Una porta di cui non hai mai perso la chiave.

La casetta immaginaria

Ho avuto dei grossi ripensamenti dopo aver deciso di pubblicare questo pezzetto.

E’ uno dei pochi di cui non so quando sia stato scritto. La formattazione del file mi fa credere che fosse una delle prime volte che usavo word – anche voi avrete giocato con grandezza e colore dei font, immagino. E con le ClipArt. Tante, tante ClipArt.

Quindi presumo avrò avuto tra i sette e gli otto anni. E niente, leggetevelo che tenterei di giustificarmi ma è meglio di no.

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La casetta immaginaria

Quando mi addormento sogno un mondo immaginario

Dove esistono case fatte con la panna

E non esiste noia

E poi è difficile, anzi, difficilissimo trovare una scuola

In un sogno la cosa che mi colpì di più fu una casetta immaginaria in fondo alla via.

Entrai in punta di piedi da una porticina di legno e guardai dentro: aveva solo una stanza che era ornata da tanti uccellini dipinti, in fondo alla stanza c’era un divanetto con i pizzi dorati. Appeso al soffitto c’era un lampadario in diamanti, in un angolo era posizionato un comodino in legno di ciliegio e sopra ad esso una grossa pentola di rame.

AD UN CERTO PUNTO VIDI UNA BAMBINA CASTANA E CON GLI OCCHI CASTANI. MI INNAMORAI A PRIMA VISTA.

Lei stringeva una bambola in braccio, portava una pettinatura strana e un vestitino verde e giallo con delle scarpette verdi. Aveva la pelle scura e, si capiva, era dolce come il miele.

Lei iniziò a parlarmi e disse:

“Ciao, come ti chiami? Io mi chiamo Michela.”

“Mi chiamo Teo, Michela è un bellissimo nome!- risposi io.

LEI RIMASE ZITTA.

 

AD UN CERTO PUNTO SPARì TUTTO, DA Lì NON MI RICORDO Più NIENTE, SOLO LEI CHE MI PARLAVA, MA IO VEDEVO SOLO BIANCO.

 

La sognavo tutte le sere, solo più lei.

Quando crebbi lei era cresciuta come me. 

………

Questo brano fa parte di una raccolta di testi che ho scritto durante la mia vita.

Questa raccolta.

La mia storia autoriale

Mi è capitato, di recente, di dover tornare su alcune righe che ho scritto durante gli anni (sostanzialmente perché non sono più in grado di scrivere narrativa e sono costretta a ispirarmi a roba che ho già scritto per non rimanere a secco).

Durante i giorni scorsi continuavo a leggere e dire “wow, che imbarazzo”.

Poi mi è capitato che qualcuno, per motivi a me ignoti, ha aggiunto una risposta ad una mia vecchissima domanda su Yahoo Answers.

Parliamo di circa una decina di anni fa: usavo la sezione Letteratura e Autori come vetrina per i miei racconti e gli estratti di quelli che, nei miei sogni più inconfessabili, dovevano essere romanzi. A volte fingevo di scrivere per conto di qualcun altro che non osava esporsi, altre (più avanti, quando ormai avevo preso un po’ di confidenza) mi identificavo come autrice.

Ora. I vari brani sono, effettivamente, infantili. Ma poi leggo l’età che avevo.

Quattordici anni, quindici. E tutti i commenti mi dicevano che ero brava, brillante, esaustiva. Sapevo descrivere. Sapevo, insomma, scrivere.

 

Quindi niente, avvio un – breve – viaggetto nella storia delle mie imprese autoriali.

A partire da un prossimo estratto, che arriverà a breve, e potrete trovare QUI.

Vi risparmierò la fiaba del gattino e il topolino che scrissi a sei anni. Quella non è salvabile.

100 Robeh inutili su di me – 3 di 4

 

51. Penso sempre al mio cervello come a un’entità che un po’ mi odia.

52. Quindi gli parlo. Parlo al mio cervello. Che, tra parentesi, è ovviamente maschio.

53. Ho sempre sonno.

54. La pioggia mi mette terribilmente ansia.

55. Non so parlare in pubblico.

56. Ho paura della competizione, ma sono tendenzialmente gelosa di chi ottiene dei risultati.

57. Di solito evito di vedere i trailer dei film che so già che vedrò.

58. Ho una certa soglia di sopportazione oltre la quale mi trasformo nella Gialappa’s Band e commento tutto. Tutto.

59. Ho preso il morbillo a quindici anni.

60. Non ho mai dormito con un cane o un gatto.

61. Il mio cibo preferito è la pasta.

62. La mia pasta preferita sono i ravioli.

63. Mi piace (troppo) il sushi.

64. La mia stagione preferita è l’autunno.

65. So a memoria le battute di Tel Chi El Telun. Aldo, Giovanni e Giacomo, ignorante.

66. A tal proposito, “In mutande è caduto?!?” è la mia risposta ogniqualvolta sento la parola ‘cadere’ (e derivati).

67. Chiamo le cose e le persone “Gino” e “Gina”, in modo generico e indistinto.

68. Ho perso un sacco di capelli nell’ultimo anno. Ne ho la metà di quanti ne avessi prima, e nessuno comprende il mio dramma.

69. Se alla parola “Te Infrè” non rispondi “E’ buono qui, è buono qui” non possiamo essere amici.

70. Ammazzo il tempo cazzeggiando, salvo poi pentirmi di aver cazzeggiato per sei ore consecutive.

71. La mia carriera ideale sarebbe nell’animazione, ma tristemente sono una pippa a disegnare.

72. Non mi piacciono le olive, i wurstel e il melone. E i fagiolini. E gli asparagi.

73. Ritengo che il mio nome, abbinato al mio cognome, sia una presa per il culo nei confronti della mia persona.

74. Non mi affeziono troppo in fretta alle persone, a meno che non dimostrino di essere affezionate a me. Lì è fatta. Lì è la fine.

75. Soffro molto di più il freddo che il caldo.

100 Robeh inutili su di me – 2 di 4

26. Ho una vaga paura dei medici.

27. Il mio colore naturale di capelli è castano, ma in passato mi sono tinta (nell’ordine) di nero e rosso. Ora sono rossiccia.

28. A tal proposito, quando troverò un lavoro che si possa definire tale mi farò bionda.

29. Mi piace nuotare, fino a che non sono obbligata a farlo.

30. E invece niente, odio correre.

31. Soffro di depressione.

32. Ritengo che l’olfatto sia un senso estremamente sottovalutato.

33. Le giornate ventose mi mettono allegria.

34. Ho suonato il violino per quasi otto anni.

35. Ho un orologio (rotto) dentro al quale da piccola dicevo di vedere un paesino di montagna nella neve.

36. Sempre da piccola, avevo un telefono giocattolo con cui telefonavo ad un certo Michele.

37. Ho avuto diversi traumi infantili durante i vari corsi di nuoto che ho dovuto seguire.

38. Sono aracnofobica.

39. Ho avuto un paio di profili falsi sul web, sempre per motivi futili.

40. Se potessi cambiare una sola cosa di me sarebbe il colore degli occhi. Li vorrei azzurri.

41. Il non-ti-scordar-di-me è stato per lungo tempo il mio fiore preferito.

42. Amo cantare, ma non l’ho mai fatto davanti ad un “vero” pubblico.

43. Uno dei complimenti più belli che mi abbiano mai fatto veniva da uno sconosciuto.

44. Ho studiato cinese per un anno all’università.

45. Da autodidatta studio programmazione e web design.

46. Mi è stato riconosciuto che tendo ad essere scontrosa perché sono stata respinta troppe volte. In generale.

47. La gentilezza è, per me, la qualità più sexy in assoluto da trovare in un uomo.

48. Non ho mai imparato la tabellina del 7 e dell’8.

49. Per me, molti concetti astratti corrispondono a colori o oggetti concreti. L’amore, per esempio, è un ciondolo di vetro.

50. Ho per lungo tempo odiato il mio corpo abbastanza da non farmi vedere in pubblico con canottiere o pantaloni sopra il ginocchio. Figuriamoci una gonna.

 100 Robeh inutili su di me – 1 di 4

La lista si è appena cancellata da sola. Ero al numero 30.

Quindi ora ho deciso di dividerla in parti.

#neverforget

1. Non ho mai avuto un colore preferito fisso, ma da diversi anni oscilla tra arancione e rosso.

2. La mia più grande paura irrazionale sono uragani e trombe d’aria.

3. Il mio numero preferito è il 3.

4. Sono almeno otto anni che non mi addormento prima di delle undici e mezza.

5. Il mio nome femminile preferito in assoluto non potrà essere il nome di mia figlia. Perché la sfiga conosce il mio indirizzo, apparentemente.

6. Sarei una persona estremamente sportiva, se non temessi giudizio e competizione.

7. Il 7 invece mi porta un po’ sfiga.

8. A volte mi viene voglia di mollare tutto e andare a fare l’investigatrice privata in qualche paese sperduto. Letteralmente, eh.

9. L’Oriente mi affascina talmente tanto che se è vera la storia della reincarnazione non ho dubbi che la mia anima abbia precedentemente vissuto in Cina o in Giappone.

10. Sono atea, a volte tendente all’agnosticismo. Non monoteista, però.

11. La matematica di quarta e quinta Liceo mi piaceva molto. Ma non ero brava, quindi ero costretta a dire che mi faceva schifo.

12. È circa un anno e mezzo che non scrivo più musica, o canzoni, o continuo racconti, o romanzi. E questo mi rende estremamente triste.

13. All music is good music.

14. Sono alta 156 centimetri.

15. Ho dato il mio primo bacio a nove anni.

16. A volte ho paura ad addormentarmi. Sostanzialmente perché ho paura di non svegliarmi più.

17. Non credo al destino o ai segnali dell’universo, ma l’universo continua a darmi torto, su questo fronte.

18. Ho una specie di sesto senso nell’individuare ciò che “s’ha da fare”.

19. Ho un rapporto conflittuale con il mio naso.

20. Ho un luogo segreto sull’internet in cui pubblico poesie.

21. Se dovessi mangiare un solo cibo da qui all’eternità sarebbe pasta al salmone.

22. Non ho mai letto Orgoglio e Pregiudizio.

23. Non so cucinare.

24. Ho sempre avuto la sensazione che per qualche motivo non arriverò alla vecchiaia.

25. Il mio animale preferito è il pinguino. Ma quello che ho eletto a “totem” è l’elefante.

Ecco qui, finito.
Ah, Annalucia culo.