Oniro

John Gruber si massaggia le tempie, sospirando. Sa che questo gesto lo porterà ad essere accecato dai flash dei fotografi inginocchiati davanti alla prima fila. Sa che si alzerà quel brusio sdegnato che ormai conosce bene, e sarà un po’ più forte e un po’ più nervoso del solito. Sa che la signora Cheng, New York Times, sorriderà soddisfatta per aver posto una domanda in grado di metterlo in difficoltà. Non che sia vero – la sua pausa ha lo scopo puramente pratico di alleviare il mal di testa che lo accompagna da circa trentasei ore, ma questo lei non lo sa. Così come non lo sanno i fotografi, che infatti sguinzagliano le loro reflex. Così come non lo sa il resto della sala stampa.

“Io credo,” dice, la sua voce un po’ più ferma e un po’ più potente del solito. “anzi, sono sicuro, che non ci sia assolutamente nulla di immorale o non etico nel modo in cui questa azienda ha operato. Non più di quanto sia illecito o immorale per qualunque piattaforma online trarre profitto dagli annunci che presenta ai propri utenti. Non mi ricordo di aver mai assistito a un tale scandalo per la pubblicità mirata di un social network.”

“Signor Gruber,” Cheng continua, senza preoccuparsi di nascondere il proprio sdegno. “Nessuno naviga più in internet praticamente dal giorno esatto in cui la Oniro ha messo in commercio i propri dispositivi. L’azienda ha il monopolio quasi totale del più potente mezzo di comunicazione che l’umanità abbia mai conosciuto. Quello che viene chiesto è di assumersi le proprie responsabilità e renderne conto al pubblico.”

“Oniro ne rende pienamente e totalmente conto al pubblico, l’ha sempre fatto. Quello che non farà è assumersi la responsabilità di uno scandalo che neanche dovrebbe essere tale. L’utenza ha firmato un contratto per l’utilizzo di un servizio. Questo contratto è stato aggiornato, con dovuta notifica, il giorno 23 Dicembre 2073. Chiunque si sia trovato a sperimentare il nuovo format ha accettato i termini dell’aggiornamento.” Nessuno li obbliga a continuare ad utilizzare il Navigatore, pensa John. Ma è troppo intelligente ed esper per fare lo sbaglio di dirlo ad alta voce e invitare i clienti a mandare la Oniro in bancarotta – o quantomeno a farlo licenziare.

John si accorge quasi subito di aver fatto centro. La sala è più silenziosa di prima. La tensione è palpabile, ma nessuno osa parlare. La signora Cheng lo fissa dalla quarta fila. Scuote la testa impercettibilmente, ma si siede. John sente il sospiro di sollievo di Peter, alla sua destra, e spera che non l’abbia sentito nessun altro.

Sta per decidere di concludere la conferenza, quando una mano si alza, in seconda fila, seguita da un giovane uomo ispanico, esile e senza dubbio con più coraggio degli altri colleghi in sala.

“Manuel Delgado, Washington Post.” lancia un’occhiata allo schermo del proprio tablet, prima di continuare. “I dati mostrano che gli incassi dei punti vendita EatFast sono incrementati in media del trentasei percento da quando la Oniro ha cominciato a diffondere la campagna pubblicitaria. Non è forse una conferma che agire direttamente sul subconscio ha ripercussioni sull’individuo più importanti che una qualunque attività cosciente?”

John ride, si appoggia allo schienale della propria sedia e osserva la confusione che la sua reazione provoca nel giornalista. Non sa quante volte gli è stata posta questa domanda, con quante diverse formulazioni, in quante differenti occasioni e in quante lingue diverse – è una rassicurazione che non ripeterà mai abbastanza. La gente è ossessionata e terrorizzata dalla possibilità che qualcuno giochi con il loro subconscio. L’ironia sta nel fatto che, se davvero fosse possibile controllare i pensieri delle persone, senza dubbio la prima cosa che farebbe la Oniro sarebbe cancellare quella stessa domanda dalla faccia della Terra.

“Lei ha visto troppi film, signor Delgado.” risponde, continuando a sorridere. “Il Navigatore utilizza il sonno per mettere in contatto le persone, tra di loro e in certi casi con delle AI. Non modifica i pensieri, non agisce sul subconscio, non impianta convinzioni. Anche se fosse possibile – e non lo è – nessuno avrebbe alcun interesse nell’usare queste tecnologie per prendere il possesso della sua vita, o di quella di chiunque altro. Può dormire sonni tranquilli.”

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Shampoo al mirtillo

Generalmente, la gente sembrava felice in situazioni come la sua. Già solo essere giovani e con un futuro davanti avrebbe dovuto essere una buona scusa per non sentire il bisogno di piangere senza motivo alla fermata del bus.
Ma a Greta quella situazione non piaceva per niente. La opprimeva. Le toglieva letteralmente il fiato. Era come se qualcuno le stesse rovesciando addosso una spessa colata di cemento, a poco a poco, dandole la possibilità – nonché la vana speranza – di riuscire a salvarsi se avesse tolto abbastanza cemento dal proprio corpo con nient’altro che le proprie mani e un filo d’acqua corrente. L’alternativa era essere sommersa e rimanere bloccata per l’eternità, quindi Greta impiegava tutte le energie che aveva a lottare contro il cemento.
E sapeva di doversene liberare prima che fosse troppo tardi. Forse era già troppo tardi. Forse ormai il cemento che le rimaneva addosso si era asciugato attorno a lei, e lei non sarebbe più riuscita a camminare senza doverne trascinare il peso.
Eppure, anche a cemento asciutto, avrebbe continuato a grattare. Fino a graffiarsi le mani. Fino a farsi sanguinare le dita. Fino a staccarsi le unghie.
Fino a che, un giorno, l’ultimo briciolo di cemento sarebbe scivolato via dalla sua pelle con una doccia un po’ più lunga del solito e uno shampoo nuovo al profumo di mirtillo.
Perché in effetti quello vecchio alla vaniglia era monotono.

Goldfish

[Racconto che ho letteralmente scritto ora. Non ho neanche ricontrollato perché ora vado a dormire. L’idea mi gira in testa da un po’… e onestamente, necessiterebbe di una continuazione (a cui ho anche pensato) per essere completo e chiarire bene la mia visione su temi delicati come questi. Questa parte è autoconclusiva, ma non escludo che ci sia una continuazione di sorta. A voi!]

Non era un giorno particolarmente speciale.

Era un bel giorno, però. Il cielo era limpido, ed era ormai primavera inoltrata. Al sole una maglietta era più che sufficiente per far fronte alla brezza, ma Anna era troppo pigra per togliersi lo zaino dalle spalle e sfilarsi la felpa. E poi non è che avesse proprio fretta, ma una certa voglia di arrivare a casa c’era.

Non si era accorta di aver aumentato il passo fino a quando non si era trovata alla prima svolta e aveva lanciato un’occhiata all’orologio, come faceva sempre. Ci aveva messo solo tre minuti ad arrivare fino a lì. Di solito ce ne metteva almeno cinque.

Così si era fermata, aveva inspirato a fondo – correre con uno zaino in spalla faceva anche venire un po’ di fiatone – e ne aveva approfittato per togliersi la felpa, appallottolarla e buttarla in malo modo nella cartella.

Alzò lo sguardo distrattamente e la vide. La gelateria.

Avrebbe cominciato da quella.

Si avvicinò lentamente, facendo finta di essere abituata a fare una cosa del genere. Scegliere di comprare un gelato senza il permesso dei genitori avrebbe potuto costarle una punizione pesantissima e infinita, ma non le importava. Poteva permetterselo.

Chiese una coppa piccola, due gusti. Cioccolato e menta. Scoprì in quel momento che la menta non le piaceva – poco male. Tanto li avrebbe assaggiati tutti.

Sorrise, suo malgrado, mentre camminava tranquillamente verso casa con il gelato tra le mani. Non riusciva a togliersi dalla testa lo sguardo del gelataio, e le sue domande insistenti.

“Sei sicura di poterlo fare? I tuoi non si arrabbiano, poi?”

Sicuramente sì. Si sarebbero arrabbiati eccome. Ma non avrebbero avuto il tempo di prendere provvedimenti – li avrebbe distratti con la notizia.

Essere pescati a tredici anni, in fondo, era una bella fortuna.

Cosa avrebbe fatto? A parte svaligiare la gelateria, ovviamente. Aveva qualche idea, di cui un paio molto ambiziose. Voleva fare un giro in elicottero. Andare al mare. Andare in piscina. Fare una festa. Voleva anche andare al cinema, anche se non sapeva bene cosa fosse. Gliene aveva parlato suo nonno, quando era più piccola, e diceva che fosse il posto più magico del mondo – un posto dove le figure prendevano vita. Si muovevano e parlavano, raccontavano storie. Anna non ci credeva troppo, ma voleva provare. C’erano ancora dei cinema da qualche parte, di quelli piccoli però. Quelli che stanno in una stanza e si fanno partire con un tasto, da lontano. Suo padre sosteneva ce ne fossero alcuni nel palazzo del N.O.M.E.N., e lei voleva sapere se era vero. Forse quello era il suo progetto più ambizioso per il mese che la attendeva.

Le era arrivata la comunicazione appena un’ora prima. Ironicamente proprio nell’ora di storia.

Stavano ripassando l’ultima parte di programma – o meglio, la Prof. Yue stava interrogando facendo finta che fosse un ripasso, convinta che dopo quasi tre anni nessuno avesse ancora scoperto la sua tattica. Aveva chiesto a Giulio per cosa stesse la sigla “NOMEN”.

“Nazione Onoraria Mondiale E Naturale.”

“E sai anche cosa significa?”

“Significa che c’è un solo governo mondiale, simbolico e inattaccabile. Perché è naturale.”

La domanda successiva era stata sulle origini del NOMEN e diretta ad Elsa, che evidentemente non aveva studiato. La prof. aveva spiegato che si era formato dopo la Grande Guerra del duemila… duemilanovanta… qualcosa – Anna non era esattamente un asso con le date – per rendere possibile la pace e la sicurezza dei sopravvissuti, che sarebbero poi i loro genitori e i loro nonni. L’ultima domanda era stata diretta a lei. Aveva sperato fino alla fine che si dimenticasse di interrogarla, e invece ovviamente Yue non dimenticava mai niente.

“Anna, ti ricordi cos’è un goldfish?”

Tutto sommato le era andata bene. Insomma, tutti sapevano cosa – o meglio chi – fosse un goldfish, anche senza aprire il libro.

“Il goldfish è una delle persone che ogni mese vengono scelte per poter prendere soldi dal Fondo.”

“Il Fondo…?”

“Il Fondo Monetario del NOMEN.”

“E come funziona?”

“Ogni mese vengono estratte dieci persone che… hanno accesso a tutti i soldi che il NOMEN ha… che però di solito non appartengono a nessuno…”

“Vuoi dire che in quel mese appartengono ai goldfish?”

“No, no… sono solo in prestito. Alla fine del mese vanno restituite tutte le cose comprate che si possono restituire.”

“E il resto?”

“Viene… ripreso dal NOMEN.”

“Rintracciato. Rintracciato e incassato dal NOMEN, sempre alla fine del mese. Sì… e perché si fanno tutti questi pasticci? Non potrebbe tenerseli il NOMEN e basta, quei soldi?”

“No… cioè, sì, ma così è una cosa democratica, tutti hanno la stessa possibilità di essere estratti e diventare ricchi per un mese. Possono fare quello che vogliono. Cioè… se non fa male agli altri o al governo, o… o…”

“O alla natura. Sei un po’ insicura, eh. Queste cose dovresti saperle bene, sono la base della nostra società. Non si può essere ignoranti su queste cose, lo sai. L’ignoranza ci ha già fregati una volta. Voi siete il futuro, la nostra speranza. Non dimenticatevelo.”

La prof. Yue insisteva moltissimo su questa cosa del futuro. Probabilmente perché il passato era stato un po’ uno schifo, specie per quelli della sua generazione.

Anna sapeva bene cos’era successo, nonostante i problemi di esposizione. Il nonno gliel’aveva raccontato più e più volte, dall’inizio della guerra fino alla sua conclusione, l’annullamento dei confini e la nascita del NOMEN.

Per Anna, i confini erano qualcosa di inimmaginabile. Cioè, da quel che aveva capito, un centinaio di anni prima la gente viveva dentro a delle linee immaginarie e per quelle si chiamava in un modo o nell’altro, parlava una lingua piuttosto che un’altra, faceva festa in un giorno e non in un altro. E ce n’era tanta, di gente. Tantissima. Nonno diceva quasi dieci miliardi, ma era un’altra delle cose a cui Anna non credeva molto. Dieci miliardi di persone erano troppe, non potevano starci. Per forza che era scoppiata la guerra – nella sua classe erano in nove e già si faticava a salutare tutti la mattina, figuriamoci farsi stare simpatiche dieci miliardi di persone.

Comunque, il nonno sosteneva che non fossero stati il numero di persone o il poco spazio a far scoppiare la guerra, ma i soldi. Soldi che – altra cosa inconcepibile – avevano un nome diverso a seconda dei confini in cui stavi.

Un tempo c’erano persone ricchissime e persone poverissime. Alcuni avevano così tanti soldi da fare invidia a un goldfish, altri non ne avevano abbastanza nemmeno per comprare il pane. Perché il pane si comprava, non come adesso che c’erano le porzioni stabilite dei cibi, come le uova, che erano due a testa a settimana, o il latte di cui invece arrivava un cartoccio al giorno. Tutta questa confusione e questi soldi avevano fatto arrabbiare le – troppe – persone. Anna sinceramente non se ne meravigliava.

Ciò di cui si meravigliava, invece, era che erano stati i governi dei paesi a iniziare la guerra. Era assurdo che proprio quelle persone che avrebbero dovuto assicurarsi del benessere della gente avessero dato inizio a qualcosa di così distruttivo. Ma quello che la stupiva ancora di più era che, da quello che le aveva detto il nonno e che era effettivamente riportato sui libri, erano stati i paesi più ricchi a iniziare la guerra. Una guerra per la gestione dei soldi che in parte c’erano, in parte non c’erano, in parte c’erano ma non dovevano esserci, in parte non si sapeva dove fossero.

Quindi ecco, all’inizio era stata un’inutile carneficina, ma poi era avvenuto il disastro. Uno degli stati aveva usato un’arma – non si ricordava come si chiamasse, ma qualcosa di estremamente distruttivo e mortale. E gli altri stati avevano risposto al fuoco.

Così nel giro di un anno i soldi erano sani e salvi, e il 99% della popolazione era sparito. Gran parte delle restanti anime erano morte nei mesi successivi per mancanza di cibo, acqua, riparo e medicine. Molti si erano tolti la vita. E poi qualcuno aveva avuto il coraggio di mettersi in contatto con gli altri e gettare le basi per quello che sarebbe stato il NOMEN. Nessuno sapeva chi fosse questa persona, era stata giustiziata poco tempo dopo, dal NOMEN stesso. Il suo nome cancellato dai pochi registri e mai scritto sui libri, e nessuno ne doveva parlare. Perché a nessuno venisse l’idea che in realtà il NOMEN fosse suo. Anna, in segreto, era molto curiosa riguardo a questo personaggio, ma ovviamente non aveva mai fatto domande al riguardo. Di sicuro non le avrebbe fatte ora.

La segretaria era entrata in classe nell’esatto momento in cui Yue firmava il voto – un sette. Anna non aveva avuto tempo di tirare un sospiro di sollievo che era stata accompagnata in fretta in presidenza. Il preside non c’era, ma la segretaria le aveva detto di rispondere al telefono, poi era uscita e aveva chiuso la porta.

Dall’altro capo, una voce gracchiante l’aveva informata di essere una dei dieci fortunati del mese. Era un goldfish.

Anna finì il gelato con calma, pulendo la coppetta di carta al meglio che poteva. Era in ritardo, ma non le importava – non voleva sprecare neanche un po’ dei dodici Elettroni che aveva speso per quel gelato. Il gelato, in fondo, era un bene di lusso. Con dodici Elettroni si potevano comprare tre chili di farina, o cinque arance, o nove mele e tre quarti. Ma soprattutto si poteva comprare un’intera giornata di energia, che era ciò che di più prezioso si potesse avere, nonché quello in cui le famiglie di solito decidevano di investire la loro quota mensile di Elettroni. Anna si era genuinamente messa a ridere quando aveva scoperto che gli elettroni sono particelle che creavano energia, o qualcosa di simile. Le veniva da sorridere anche ora, al pensiero che chi aveva riorganizzato la valuta avesse potuto pensare di comprare l’energia con degli Elettroni.

Si avvicinò a un cestino della spazzatura, l’ultimo prima di raggiungere la porta di casa. Poteva già vederla, là in fondo alla via, verde bottiglia. Una cinquantina di passi e sarebbe stata lì, avrebbe aperto la porta e si sarebbe sentita sgridare prima per il ritardo e poi per il gelato. Buttando la coppetta, Anna pensò anche che in effetti poteva non dire proprio niente riguardo al gelato, ma poi si immaginò la faccia dei suoi genitori quando avesse rivelato di essere stata pescata. Si immaginò nel dettaglio le espressioni di rabbia trasformarsi in sorpresa, suo padre boccheggiare un paio di volte nel vano tentativo di continuare la ramanzina, e pensò che sarebbe valsa la pena di sopportare qualche minuto di urla.

Prese un fazzoletto di carta dalla tasca della cartella e si pulì le mani meglio che poté. Butto il fazzoletto e inspirò, il cuore che batteva più veloce ad ogni passo. Non sentì nemmeno i passi avvicinarsi, concentrata com’era sulla notizia che avrebbe dato di lì a poco. O forse li sentì, ma semplicemente non ci fece caso.

Si rese conto che avrebbe dovuto quando sentì il dolore. Un dolore lancinante al fianco destro, a cui portò istintivamente una mano. Di fronte a lei era apparsa una persona, un uomo, con il volto coperto da una bandana e un cappuccio tirato sugli occhi. Lo sguardo annebbiato di Anna riuscì a malapena a distinguere dei capelli ricci e scuri, prima di spostarsi sulla sua mano, ora coperta da un liquido appiccicoso, caldo e rosso.

Era sangue. Ebbe questa realizzazione soltanto quando sentì un’altra fitta di dolore che le tolse completamente il respiro, questa volta nel mezzo della pancia. Si accasciò a terra, facendo appena in tempo a vedere la lama di un coltello sfilarsi da dentro di lei e rimanere in mano alla persona col cappuccio.

La persona si inginocchiò vicino a lei e tirò fuori una bomboletta di vernice spray e disegnò qualcosa per terra. Una di quelle costosissime bombolette di vernice. Non era nella lista di cose che avrebbe comprato.

Poi il ragazzo si girò verso di lei, e nonostante il fischio assordante nelle orecchie, il dolore e la voglia di vomitare, Anna riuscì a sentire perfettamente le sue parole.

La libertà ha un prezzo.

Non avevano alcun senso. Forse era perché era un po’ confusa, pensò, lanciando un ultimo sguardo alla porta verde bottiglia senza avere la forza di urlare o chiamare i suoi genitori.

I passi si allontanarono di corsa, così com’erano arrivati. Anna chiuse gli occhi. Allora forse li aveva davvero sentiti.

L’unica cosa certa è che non lo amo – Parte 2

[ Se non avete letto la Parte 1, molto male. Leggetela ora! Leggetela QUI! ]

Lui era entrato con lo sguardo incerto di qualcuno che spera di riuscire a fingersi uno del posto. Giacca, cravatta e valigetta al seguito. Lei l’aveva riconosciuto immediatamente, nonostante non si somigliasse più – nemmeno un po’. Non assomigliava più a quel ragazzo sorridente e un po’ anticonformista di quelli che erano ormai quasi dieci anni prima. O meglio, lo sguardo, quello c’era. Anche il sorriso, gentile come se lo ricordava – però adesso portava gli occhiali, si vestiva e si muoveva come un uomo, non come un ragazzino impacciato. Quando l’aveva guardata, prima che uno sguardo di piacevole sorpresa, il suo era stato lo sguardo di un uomo.

Però le aveva sorriso. Sei tu, le aveva detto, quanto tempo!

Lei si era chiesta se fosse cosciente che sottolineare quanto tempo fosse passato non stava contribuendo a riavviare il suo respiro. Non sapeva nemmeno perché non stesse più respirando, a dire il vero. Le era passata, in fondo. Non lo vedeva da nove anni e tre mesi. In teoria, a questo punto, l’ascendente che aveva su di Lei avrebbe dovuto essere diminuito – se non scomparso del tutto.

Eppure, rispondere cordialmente al saluto aveva richiesto uno sforzo disumano. Sorridere senza sembrare assolutamente un’idiota era stato quasi impossibile.

Dio, quanto si sentiva stupida.

E non il tipo di stupido da ragazzina innamorata. Se fosse stato così, almeno avrebbe potuto dare la colpa agli ormoni, o al fatto che in fondo si sentiva un po’ sola e persa. No, la sua era una versione adulta – quella dove fai finta che non ti importi ma in realtà vuoi così tanto lasciare una buona impressione da lasciarne una pessima.

Lui, comunque, non aveva dato segno di notare il suo conflitto interiore. Si era seduto al bancone, aveva chiesto un aperitivo alcolico. Aveva cominciato a farle domande, sul suo lavoro, sulla sua vita, persino sulla sua salute. Il tutto accompagnato da quel sorriso – sorriso che Lei non poteva far altro che tentare, malamente, di imitare.

E Lei aveva risposto. Sinceramente e semplicemente, mentre preparava l’aperitivo. Gli aveva raccontato dell’Accademia, dei provini, del monolocale in cui si era rifugiata. Gli aveva detto di aver smesso di fumare, anche se Lui non aveva idea di quando avesse iniziato.

Per tutta risposta, Lui le aveva raccontato dell’Università. Di economia, un ambito che non lo appassionava troppo ma aveva i suoi vantaggi. Della sua famiglia, che lo aveva aiutato a stabilirsi in un loft in centro – quest’ultima parte l’aveva detta velocemente, tentando di non dare troppo peso alla cosa, quasi si vergognasse. Cosa che l’aveva fatta sorridere, e Lui se n’era probabilmente accorto.

Lei, invece, aveva continuato a preparare vassoi di stuzzichini ed asciugare stoviglie. Senza accorgersi di nulla.

Fino a quando Lui non le aveva sporto il bicchiere vuoto, e lei lo aveva raccolto velocemente, con l’atteggiamento pragmatico di chi è abituato a fare un lavoro che richiede di sopportare ritmi sostenuti. Lui, però l’aveva fermata. L’aveva osservata da dietro gli occhiali per un paio di secondi, prima di chiedere.

Se ti va, vediamoci, ogni tanto.

Se ti va. Non sapeva se le andasse. Una parte di Lei era estasiata all’idea, un’altra aveva il forte impulso di ridere e mandarlo a farsi fottere.

Vediamoci. E qui c’era l’enorme, insostenibile incognita di cosa si intendesse con vediamoci.

Ogni tanto. E questo era stato l’unico dubbio a cui si era trovata a dar voce.

Quando?

Quando vuoi, le aveva risposto Lui, tirando quello che era palesemente un sospiro di sollievo. E aveva sorriso, sollevato, sereno.

Aveva sorriso come sta sorridendo ora, ancora profondamente addormentato a pancia in giù, un braccio fuori dal letto.

Lei lo sta ancora osservando, in silenzio, con il mozzicone tra le dita, aspettando che si raffreddi abbastanza per poterlo buttare nella spazzatura. E’ freddo da diversi minuti, ormai, ma Lei sa che se si alzasse per buttarlo, poi si metterebbe i pantaloni, afferrerebbe la borsa e uscirebbe. E non è sicura di volerlo fare.

Se se ne andasse ora, Lui non avrebbe alcun modo di fermarla. Certo, potrebbe raggiungerla dopo, tanto sa dove lavora, ma sarebbe troppo tardi. Se uscisse ora, sarebbe una fuga. E Lei non fugge, neanche se ha terribilmente paura.

Quindi resta, per lenire il proprio senso di colpa, ma anche perché in fondo sa di non poterlo lasciare, ora. Lei non vorrebbe essere lasciata sola, quindi le sembra solo giusto essere coerente.

Perché se Lei se ne andasse ora, a Lui non resterebbe che l’odore di fumo.

L’unica cosa certa è che non lo amo – Parte 1

Uno sbuffo di fumo. Si allontana dalle sue labbra, lento, pigro quasi quanto il traffico che scorre metri sotto di Lei.

L’unica cosa certa è che non lo amo, si dice.

Si volta a guardarlo. Sta dormendo. Dio solo sa come faccia, con tutta questa luce. Lei sicuramente non ci riesce. Eppure anche Lei aveva consapevolmente deciso di vivere in una città che non è mai buia, nemmeno a notte fonda. Forse soprattutto non a notte fonda.

Quando torna a guardare fuori dalla vetrata, la nuvola di fumo si è dissolta abbastanza da permetterle di intravedere il proprio riflesso. Lei cerca in fretta la sigaretta per poter tirare un’altra nota e togliersi quell’immagine da davanti, ma è troppo tardi: il suo viso, stanco, imperfetto, è ormai impresso nella sua memoria. Non che non le piaccia… solo non le piace ora. Non vuole vedersi, in questo momento. Non vuole ricordare di essere una persona singola che dovrà prendere delle decisioni. Vuole solo un attimo, una pausa, possibilmente sola o almeno in silenzio. Lontana da tutto, anche da se stessa.

E invece il suo stesso riflesso è a pochi centimetri, Lui è a pochi metri. Dorme. Non sa. O forse non vuole sapere.

Gli aveva detto di avere smesso, con il fumo. Lui si era detto contento, perché il fumo fa male. Probabilmente non sarebbe stato contento di sentirne l’odore, una volta sveglio, e Lei ha un breve attimo di ripensamento sulla sua decisione di riaccendersi la prima sigaretta dopo otto mesi, dodici giorni e sette ore. Sospira, si guarda intorno, cerca qualcosa su cui spegnere la sigaretta. L’esterno del davanzale va più che bene, pensa, tanto non farà storie.

Perché Lei ha la strana sensazione che Lui, invece, la ami.

Si conoscono da tempo – decisamente troppo tempo. Si erano incontrati anni prima, durante una gita scolastica. Non erano nemmeno in classe insieme, eppure il loro rispettivo gruppo di amici aveva legato, e si erano ritrovati a chiacchierare, di tanto in tanto. Per Lei, quindicenne o giù di lì, era stato un colpo di fulmine. Uno di quei classici, intensissimi amori giovanili che, nel suo caso, si era acceso e spento senza aver nessun riscontro nella realtà. La gita era finita. Per anni non si erano più visti o sentiti.

Finite le superiori, poi, era stato il momento di scegliere il proprio futuro. Lei ne aveva scelto uno che non la convinceva troppo, mentre Lui, da quanto le aveva detto, aveva un futuro da imprenditore segnato nell’esatto momento in cui era venuto al mondo – e non sembrava dispiacergli troppo. Era bravo a… fare… qualunque cosa facesse. Studiare economia è qualcosa che può fare più o meno chiunque. Tranne lei.

Lei aveva scelto un’Accademia dell’Arte. Teatro, più precisamente. Le piaceva, per quanto potesse piacerle un biglietto di sola andata per una professione che non sarebbe stata quella per cui aveva studiato.

I suoi compagni le piacevano, molto. Uno, in particolare, era alla fine riuscito a farle dimenticare quella stupida cotta – perché di questo si era trattato – e farla sentire felice, soddisfatta e completa. Per circa un anno e mezzo.

Lei non rimpiangeva nulla, ovviamente. Si erano amati e poi era finita, come succede a molte altre cose. All’inizio era stata dura, aveva anche tentato di odiarlo, ma con un po’ di buona volontà avevano tutto sommato mantenuto un buon rapporto. Poi l’Accademia era finita e si erano persi totalmente di vista. Non sapeva neanche dove vivesse, ora.

Con l’ingresso nel mondo del lavoro le cose erano diventate prima difficili, poi stancanti, poi estenuanti, poi insostenibili. Ci aveva provato senza troppa convinzione a trovare un lavoro, un ruolo, una produzione, una comparsa, un aiuto qualcosa, un costume da albero da indossare. Nel frattempo, sopravviveva attraverso altri lavori occasionali – cameriera, per lo più. Anche cassiera in un supermarket, per un paio di settimane.

Ora sta dietro al bancone di un bar. Fa il turno serale, tutto sommato non fa così schifo.

A volte ha paura di abituarsi. Alla routine. Al fatto di fare il turno serale in un bar, ecco. Certo, va ancora a qualche provino di tanto in tanto, ma senza più convinzione, senza più aver davvero voglia di realizzarsi – e la commissione lo capisce. Se ne accorge sempre dal loro sguardo – questa, questa ha potenziale. E’ brava, preparata, ma… senti, vediamone qualcun’altra, poi decidiamo.

E poi.

Poi era arrivato Lui. O meglio, tornato. E in quel secondo, in quell’esatto momento in cui i loro occhi si erano incrociati attraverso il bar, prima ancora che uno qualsiasi dei due potesse consciamente riconoscere l’altro, aveva maledetto il turno serale. E la routine. E l’Accademia. E quella grande città che non dormiva mai. E soprattutto Lui, anche se forse non se lo meritava.

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>>> Parte 2

L’uomo dal cuore piccolo

[ Note a margine: avevo tipo quindici anni quando ho scritto questa cosa. Non ho fatto grandi correzioni. Non sono totalmente d’accordo con me stessa su quanto scritto e non è decisamente il mio stile attuale. But still. ]

C’era una volta un uomo che aveva il cuore piccolo.

Era come quello di tutti gli altri, funzionava e batteva al giusto ritmo, ma era piccolo. Ci stavano poche persone.

Se sbirciavi all’interno, potevi vedere una minuscola stanzetta, grigia e spoglia. E in piedi, strette e scomode, non più di tre o quattro persone, pure un po’ seccate.

Era questo il motivo per cui nessuno voleva mai entrarci, perché era scomodo e buio. Ci voleva tanta pazienza, e la gente, si sa, di pazienza non ne ha mai abbastanza. Quindi, in pochi decidevano di entrarci. E se qualcuno ci entrava davvero usciva sempre in fretta, a gomitate, lasciandolo in condizioni peggiori, e prometteva di non rimetterci mai più piede.

Così, dopo molti tentativi, l’uomo si stancò di cercare di convincere le persone ad entrare nel suo cuore, e si decise a tenerselo vuoto.

Poi un giorno, mentre era seduto su una panchina all’ombra di un albero a guardare nel vuoto, gli si avvicinò un bambino.

Il bambino, sbirciando attraverso il suo petto, gli chiese come mai il suo cuore fosse così abbandonato e pieno di polvere. L’uomo fu sorpreso da tale domanda, ma gli raccontò la sua storia. E il bambino, inaspettatamente, si mise a ridere.

“Anche noi bambini abbiamo un cuore piccolo.” disse. “Però ci entrano molte più persone di quante ne stiano in quello degli adulti. Se non ci facessimo entrare mai nessuno, come potremmo farlo diventare più grande?”

Detto questo, aprì la porticina del cuore dell’uomo ed entrò, promettendogli di starci per sempre se lui fosse entrato nel suo.

Morale: ricorda a qualcuno di insegnarti ad amare.