Qualcuno mi insegni come insegnare

Ebbene sì, domani lavoro. Che lavoro? Qualcosa di artistico? Qualcosa in cui puoi esprimere il tuo estro? O qualcosa di meccanico, dove segui esattamente le istruzioni? O qualcosa di più complesso, che richiede un contatto con il pubblico, ma alla fin fine devi solo servire ai tavoli e sorridere?

O qualcosa che ti impone di spiegare qualcosa attentamente, passo per passo, nell’ordine giusto, cercando di farti capire perché dalle tue prestazioni lavorative dipende il futuro dei tuoi allievi nonché la tua stabilità psico-fisica?

Sì, sono finita a insegnare.

Oddio, corsi privati, niente di allarmante. Insegno ad adulti che hanno bisogno di imparare l’inglese in fretta per lavoro. Domani faccio la prima lezione seria, partendo dallo zero più assoluto, e sono molto, molto tesa.

Dire che mi sento assolutamente indegna è poco. Mi sembra assurdo pensare che l’istruzione di qualcuno dipenda da me… perché fare ripetizioni è un conto, in fondo se il ragazzino non capisce la colpa è dell’insegnante che non lo coinvolge abbastanza, non spiega bene, e certo anche del ragazzino che studia poco, ma che ci vuoi fare?

Solo che questa volta l’insegnante sono io. E sono un’insegnante per davvero, non una persona che ogni tanto ti fa fare i compiti, non una che ti spiega qualcosa che le piace in modo approssimativo perché vuole dimostrarti quante ne sa. Questa volta sono l’insegnante che ti spiega le cose nel dettaglio, che cerca di capire le tue debolezze e le tue forze, le sfrutta per aiutarti ad arrivare dove vuoi, puoi e devi arrivare. Devo programmare le lezioni. Studiare. Parlare forte e chiaro.

Ommioddiocomefarò.

Credo che il problema principale sia che io gli insegnanti li ho sempre ammirati moltissimo. Dalle elementari in poi, mi sono apparsi queste figure un po’ misteriose, ineguagliabili, che ne sapevano così tanto più di me. Ed era vero, certo.

Poi sono arrivate le superiori, e ad un certo punto mi sono resa conto che in realtà sono esseri umani con cui si può (solitamente) discutere in modo (solitamente) civile. Eppure ancora c’era la cattedra a dividerci, e anche se ogni tanto mi sono chiesta cosa si provasse ad avere di fronte un gruppo di adolescenti che ti ascoltano (o meno) e prendono appunti (o giocano al cellulare) non mi sono mai sentita abbastanza forte da dire ‘mi piacerebbe’.

No, non mi piace l’idea, per niente. Non perché non mi piaccia il mestiere, anzi. Mi piace moltissimo. Ma non sono pronta ad affrontare questo carico di responsabilità. Perché di questo si tratta e, ora come ora – temo per sempre, ma spero che prima o poi migliori – questa parola fa ancora troppa paura.

Non si tratta di un “è pieno di gente più in grado, brava e preparata di me”. So di essere in grado, so di saper interagire con la gente e di sapermi spiegare. So anche di essere una persona con cui si può avere un rapporto interpersonale gradevole (se decido che mi va, NdA), solo… non so, forse non sono pronta.

Eppure domani si parte.

Eppure ho accettato al volo, nonostante non fosse previsto.

Eppure sto già pensando nel dettaglio a come andrà la prima lezione.

Eppure, lo so, nonostante il nervosismo, nonostante la paura e le insicurezze e magari un po’ di improvvisazione non in programma, mi piacerà. Molto.

Ciò non toglie che credo di preferire altre professioni… per motivi di mia stabilità mentale.

Lux :/

Annunci