Ma parliamone, di questo burkini – #opinionistanoninterpellata

Parliamone, ma parliamone bene.

Perché in questi giorni sento in continuazione “le femministe dovrebbero essere contro il burkini!” e poi, quando si chiede perché, ci sono un sacco di imprecisioni in mezzo.

Quindi mo vi sedete, fate un bel respiro, e vi fate spiegare da una femminista perché io (io) sono contro il divieto (divieto) del burkini in spiaggia.

Prima di tutto, questo è il burkini:

burkini-xlarge_transg60fyotb0df9ivs45ewaza5ugpxbl1c2po-fafa5urc

NON questo:

img_0333

Questo:

nigella-lawson-in-her-bur-007

NON questo:

burqa_afghanistan_01
Ques… ah no, scusate.

muta-5mm-nera-free-sub

Volevo solo ricordarlo a chi si sentirà di dire che il burqa è sbagliato perché copre le fattezze del viso (il che è vero… ma questo è un burkini. NON un burqa).

Tengo anche a ricordare a tutti quanti che questa non è nata come battaglia femminista. Non sono “le femministe” a voler liberare le donne dal burkini. E’ nata tutta come discriminazione religiosa e come paura del terrorismo, perché “chissà cosa nascondono sotto quelle vesti!”.

Vorrei che ce lo ricordassimo tutte le volte che facciamo un commento al riguardo: stiamo discutendo di una palese discriminazione religiosa innescata dalla paura. Se così non fosse, non sentireste parlare di burkini, ma di ‘vestiti ampi’ in generale.

Non stiamo discutendo di libertà, ma di oppressione che forse forse forse (forse) potrebbe avere un riscontro positivo ad un certo punto e con tutte le stelle nella giusta posizione. Niente. Ci tenevo a ribadirlo.

In ogni caso.

Premesso che, sì, ogni femminista vorrebbe per la donna la libertà di scegliere di svestirsi in spiaggia e, sì, tutti quanti riconoscono che alla base della scelta di mettersi il velo c’è un bias culturale in cui la scelta, in realtà, non sussiste nemmeno. O così, o non sei musulmana. O così, o disgraziata. O così, o non desiderabile.

Un po’ come, in fondo, era così per le nostre nonne e bisnonne che andavano in giro con il capo coperto. Per quelle donne che non mostravano le spalle, perché erano oggetto di desiderio maschile. Per quelle donne che per prime hanno messo un costume da bagno (intero, peraltro) in spiaggia, e si sono sentite chiamare prostitute da donne e uomini indistintamente, probabilmente per il resto della loro vita.

Lo sappiamo. Lo sappiamo tutti.

Eppure, anche se nessuno ha mai vietato alle nostre antenate (ma nemmeno alle nostre contemporanee) di andare in spiaggia vestite come delle astronaute, eccoci qui, decine di decenni dopo, in bikini e abbronzate. Oppure pallide. Oppure coperte. Ma in spiaggia, e un po’ come ci pare (…a meno che non abbiamo la cellulite. In tal caso,vai in palestra. Non ti ami abbastanza. Che tristezza di donna.).

Specifico (again): anche io trovo inaccettabile che una donna, per essere considerata una vera donna, debba coprirsi di fronte agli uomini. Che sia in spiaggia, o in piazza, o alle Olimpiadi. Perché è peccaminosa, provocatrice, puttana, se non si copre.

Ma vietare loro di farlo è davvero giusto? Davvero aiuta a cambiare una mentalità? Davvero cambierà la società fortemente patriarcale in cui si trovano?

…o forse impedirà loro di andare in spiaggia, mentre i loro mariti e figli (maschi) ci vanno senza problemi?

Il divieto del burkini non farà insorgere le donne contro gli uomini (e le donne) che le tengono a casa, al massimo si lamenteranno della legge che non le lascia entrare in spiaggia. Non è con un divieto del genere che si risolve, da un giorno all’altro, la questione femminile nella religione. Non è ponendo un altro divieto sulla testa delle donne che si cancellano i primi mille. Non ha mai funzionato. Perché credere che funzionerà ora?

E poi noi, occidentali e non musulmane, dobbiamo smettere di fingere di capire cosa significhi essere donna nella comunità musulmana. Cosa ne sappiamo davvero di cosa significhi mettere il velo? Come possiamo combattere bene delle battaglie che crediamo di conoscere perché a noi, occidentali e non musulmane, sarebbe impossibile coprirci i capelli per tutta la vita?

E non intendo che quindi dovremmo chiamarcene fuori e basta, anzi. Quando (perché è questione di quando, non di se) un movimento femminista musulmano si mobiliterà attivamente per battersi contro l’imposizione del velo e dei vestiti larghi, sarò schierata dalla loro parte, senza esitazioni.

Ma il cambiamento è un processo lungo e faticoso, lo sanno bene le nostre antenate. Lo sappiamo bene noi, che ancora veniamo chiamate cagne se andiamo in spiaggia con il bikini, perché in fondo ci vai per farti guardare, e suore (ironico, no?) se ci andiamo con il costume intero.

E il femminismo è un appoggio, un gruppo nel quale riconoscersi e riscoprire ogni giorno di essere nel giusto. E’ una spinta verso il cambiamento, ma verso un cambiamento che deve avvenire spontaneamente, e non obbligatoriamente.

Il femminismo è un movimento che predica libertà. Quello che dobbiamo fare è accompagnare le nostre compagne verso una visione diversa del mondo, e farci accompagnare da loro dentro il loro, e insieme uscirne più forti e più comprensivi e più empatici e più liberi.

Un divieto non è, e non sarà mai, libertà.

 

Annunci

Comunque scrivo

Comunque io, nei periodi di bisogno, scrivo.

Disegno, a volte, ma soprattutto scrivo. Pagine e pagine e pagine. Testi di canzoni, poesie, e racconti, e lunghi flussi di coscienza.

Mi manca lo step successivo, la parte in cui scrivo qualcosa affinché possa essere letto, affinché al possibile pubblico arrivi un messaggio. Quello che davvero è lo “storytelling”: intrattenere, trasmettendo emozioni, concetti, o addirittura ideali.

Ma io non racconto storie. Le scrivo solo.