Sul treno – Perdere l’amore

O meglio, in stazione.
Nonostante di solito per come mi trattano in questi luoghi oscuri ci sarebbero gli estremi per la denuncia.
Stamattina succede che al bar c’è un signore che canta a squarciagola “Perdere l’amore”. Solo quello, solo perdere l’amore, perché poi non sa il resto.
E ad un certo punto, tra risatine di quindicenni e occhiatacce di gente più grande, una cassiera si unisce con “Quando si fa sera”.
Continuano a cantare (e/o mugugnare parole incomprensibili) per un paio di versi.

Forse per divertirsi bisogna essere un po’ matti.

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La pianta

Avete presente quella sensazione?

Quella di quando succede che avete qualcosa che non va. E’ qualcosa nel petto, probabilmente nel cuore, che pesa e pesa e pesa, e sembra una piantina che lo stringe con le radici, ma da dentro e non sapete come fa.

E poi pian piano la piantina cresce, sale in gola, negli occhi e nel cervello. Mette foglie velenose e spine. E quando comincia a espandersi anche nei polmoni e nello stomaco capite che non potete più tenerla. Che dovete toglierla, o vi ucciderà, o vi avvelenerà per sempre.

Così vi aprite il petto. La procedura la conoscete: tirare fuori il cuore, strappare la pianta, e poi aprirlo in quattro e togliere meticolosamente le radici. Ma sapete anche che il cuore è di un materiale spesso, elastico e resistente. Che è difficilissimo riuscire ad aprirlo. Che la procedura vi sfinirà, vi lascerà senza forze, distrutti.

Ma non avete scelta.

Quindi, per ore e ore, tirate forte, usate i denti, vi rompete le unghie e vi infiammate i muscoli per aprire il cuore, per fare in modo che si strappi, e che possiate eliminare le radici.

Alla fine ce la fate. Il vostro cuore è lì, davanti a voi, su un piatto. Quattro pezzi del vostro cuore, ancora pieno di radici.

Avete gli occhi gonfi, il respiro affannoso. Sonno. Fame. Nausea. E soprattutto mal di testa. Ma avete ancora le radici da togliere. E le togliete, una per volta. Partendo da quelle grosse e facili da sradicare, per poi passare a quelle piccole, nascoste. Ci vogliono molte altre ore.

Alla fine, il vostro cuore è pulito. Aperto, chiaramente malconcio, ma pulito. Sareste anche soddisfatti del vostro ottimo lavoro, non fosse che siete sfiniti, troppo stanchi per apprezzarlo. Volete solo che finisca, volete riposare. Ma, come sappiamo tutti, non si può riposare senza cuore.

E allora, con lentezza, lo ricucite. Passate un grosso ago nelle pareti e lo rimettete insieme senza neanche imbastire. E vedete tutti i rammendi che avete fatto le volte precedenti, con quel filo spesso, che non fanno che renderlo sempre più difficile da aprire, ogni volta un po’ di più, ogni volta un po’ peggio.

Lo rimettete dentro, al suo posto. E lui lentamente, timidamente, ricomincia il suo lavoro di sempre, e batte ritmicamente, e se ne sta tranquillo lì, anche se stanco, anche se, in qualche modo, vuoto.

E subito ricresce un’altra piantina.