Non riesco a scrivere

Una piccola considerazione che ho fatto di recente.

Ecco, ho dei compiti da fare, no? Devo scrivere delle scene di un concept che ho pensato io, quindi dovrei avere delle idee, dovrebbe piacermi. E mi piace, eh, ho delle idee. Un po’ di tempo fa avrei fatto i salti di gioia se mi avessero chiesto di scrivere delle scene.

Ma non ci riesco. Mi metto davanti alla pagina, la guardo, ed è spaventosamente bianca.

O meglio, non spaventosamente. Semplicemente, mi sembra di non essere in grado. Non ci riesco. Ho paura, credo. Di mettere per scritto quello che penso, e come lo vedo, non tanto perché potrebbe essere sbagliato, ma perché poi sarebbe una banale scena scritta su una pagina. Non avrebbe nulla della magia, dell’adrenalina e delle belle (o quantomeno gradevoli?) cose che ho io in testa. Mi sembra di lasciare fuori dettagli perché penso non siano importanti, o scrivere troppe cose inutili, o entrambe. Mi sembra di non sapere scrivere dialoghi e descrivere ambienti.

E la verità è che non so se lo saprei fare. Non è che non l’abbia mai fatto, ma non ho mai avuto modo di avere un riscontro serio su qualcosa di seriamente mio. So per certo che comunque, anche se fossi una scarpa in questi frangenti, l’unico modo per migliorare sarebbe fare. E invece non faccio. Forse perché, in fondo in fondo, non voglio migliorare?

Forse non voglio arrivare alla fine. D’altra parte, non è che sia mai arrivata alla fine di nulla. Potrei mettermi a scrivere seriamente una sceneggiatura, almeno per averla.

Certo. E poi che ne farei di quelle scene scritte? Sarebbe tutto troppo faticoso, provarle, girarle, cercare ancora una volta qualcuno a cui spiegare i perché, qualcuno da convincere. Qualcuno che sostanzialmente mi dia dei soldi o voglia collaborare senza volerne. Qualcuno che, come al solito, mi ignorerà o mi dirà di no, e su cento no può darsi che riceva un forse, che poi andrà perso perché un forse e un non vanno da nessuna parte, da soli.

Credo che tutto si riassuma nel fatto che l’altro giorno mi sono persa. Il pullman ha deviato e io mi sono persa per Torino. Così ho chiesto informazioni a una signora, gentilissima, disponibile, che mentre aspettavamo il tram insieme mi ha chiesto cosa studiassi, e io ho detto che studiavo cinese a Palazzo Nuovo.

D’altra parte conosco persone che riescono ad essere orgogliose di studiare in scuole di teatro, di cinema, di canto. E sono brave, e io le guardo e penso che hanno un grandissimo coraggio a fare le scelte che fanno, a rischiare. Penso che le persone che ce la fanno rischiano. Penso che dietro a un successo ci sono decine di fallimenti.

Poi penso a me, e mi dico che sono una grandissima testa di cazzo, che ho fatto la scelta sbagliata, che non andrò da nessuna parte mai e rimpiangerò per sempre le mie scelte quando mi troverò a dover decidere se vivere sotto un ponte, con i miei oppure lavare pavimenti per tutta la vita. O come minimo per i prossimi dieci anni.

Morale della favola? Ho intrapreso un percorso che mi richiede “o tutto, o niente”, e invece voglio “un po’, il necessario, quello che si riesce”.

Non sono in grado di scrivere tutto, scrivo un po’. Il necessario. Quello che si riesce.

Non ci credo neanche io, in quello che faccio, chiaro che gli altri non ci credono.

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