C’era una volta un re

C’era un volta.
Tutto quello che c’era una volta in qualche modo ci affascina, no? C’era una volta un pesciolino. C’era una volta una principessa. C’era una volta un gatto. C’era una volta un re. Seduto sul sofà.
Invece ora ci sono io che scrivo su un blog. Perché scrivere mi fa bene. L’idea iniziale era di scrivere una fiaba, un raccontino, o cosa. Sono giorni che voglio farlo, ma stasera non è il caso. Quindi posso provare a buttare giù cose a caso e vedere come va.
Comunque. Io sono una persona, dire ragazza è banale, dire donna eccessivo, quindi persona va più che bene.
Quindi c’era una volta una persona. Questa persona non riusciva a dormire. Tipo, mai. Quindi decise di aprire un blog per scrivere cose e occupare il tempo in cui non dormiva (ma avrebbe dovuto). Non è che lo aggiornasse spesso, ma giuro che ci provava e aveva un sacco di bozze a metà e sì la finirò quella serie sul racconto.
A tal proposito, stamattina abbiamo fatto un’ora e mezza di lezione di struttura narrativa che è iniziata con mezz’ora buona di analisi della V Sinfonia in C minor di Beethoven. Si ringrazia la Holden per premiarmi sempre con un biscottino quando decido di andare a lezione e non rimanere a letto.
Cosa stavo dicendo? Beh, c’era una volta una persona con un blog. Ma il blog non è il punto focale. In generale è una presentazione, è così che funziona il primo atto. In ogni caso, aveva un blog e stava abbastanza tranquilla a disperare del proprio futuro.
Un giorno, tuttavia, si aggiunsero altri mille motivi per preoccuparsi del proprio futuro, ed essendo quella persona il tipo di persona che in passato ha valutato seriamente come farla finita per un quattro di matematica (a sua discolpa, era un periodaccio per ricevere un quattro) lo stress comincia a diventare eccessivo e la persona sbrocca. Giù i telefoni, la persona non sta minimamente valutando di nuovo cocktail di medicinali contro lametta. O altro. Affatto. Calmi. È solo contesto.
Dunque, la persona comincia un percorso di pensiero involontario che la porta a confondere presente e futuro. Il passato, per fortuna, le ha insegnato che la perseveranza paga, quindi c’è quello. Però il futuro immaginario è brutto, e se non è brutto scorre troppo veloce, e il presente le permette di lasciarsi scivolare via. Qui siamo in pieno secondo atto, direi. Conflitto.
Ora, la drammaturgia insegna che di solito le cose ricominciano ad andare bene, e poi all’improvviso il futuro ti prende a calci in culo e raggiungi il tuo punto più basso. Poi c’è il climax, dove proprio dai il meglio di te, e la risoluzione, che può essere positiva o negativa.
Ma la persona col blog non pensa al terzo atto, men che meno alla risoluzione. Perché sono nel futuro. E il futuro le mette ansia.
Meglio crogiolarsi nel passato, fino a quando non si ricorderà di quel quattro, o di quella volta imbarazzante in cui ha corretto il professore di inglese, ad alta voce, davanti a tutta la classe. Lui comunque aveva riso, eh!

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