Goldfish

[Racconto che ho letteralmente scritto ora. Non ho neanche ricontrollato perché ora vado a dormire. L’idea mi gira in testa da un po’… e onestamente, necessiterebbe di una continuazione (a cui ho anche pensato) per essere completo e chiarire bene la mia visione su temi delicati come questi. Questa parte è autoconclusiva, ma non escludo che ci sia una continuazione di sorta. A voi!]

Non era un giorno particolarmente speciale.

Era un bel giorno, però. Il cielo era limpido, ed era ormai primavera inoltrata. Al sole una maglietta era più che sufficiente per far fronte alla brezza, ma Anna era troppo pigra per togliersi lo zaino dalle spalle e sfilarsi la felpa. E poi non è che avesse proprio fretta, ma una certa voglia di arrivare a casa c’era.

Non si era accorta di aver aumentato il passo fino a quando non si era trovata alla prima svolta e aveva lanciato un’occhiata all’orologio, come faceva sempre. Ci aveva messo solo tre minuti ad arrivare fino a lì. Di solito ce ne metteva almeno cinque.

Così si era fermata, aveva inspirato a fondo – correre con uno zaino in spalla faceva anche venire un po’ di fiatone – e ne aveva approfittato per togliersi la felpa, appallottolarla e buttarla in malo modo nella cartella.

Alzò lo sguardo distrattamente e la vide. La gelateria.

Avrebbe cominciato da quella.

Si avvicinò lentamente, facendo finta di essere abituata a fare una cosa del genere. Scegliere di comprare un gelato senza il permesso dei genitori avrebbe potuto costarle una punizione pesantissima e infinita, ma non le importava. Poteva permetterselo.

Chiese una coppa piccola, due gusti. Cioccolato e menta. Scoprì in quel momento che la menta non le piaceva – poco male. Tanto li avrebbe assaggiati tutti.

Sorrise, suo malgrado, mentre camminava tranquillamente verso casa con il gelato tra le mani. Non riusciva a togliersi dalla testa lo sguardo del gelataio, e le sue domande insistenti.

“Sei sicura di poterlo fare? I tuoi non si arrabbiano, poi?”

Sicuramente sì. Si sarebbero arrabbiati eccome. Ma non avrebbero avuto il tempo di prendere provvedimenti – li avrebbe distratti con la notizia.

Essere pescati a tredici anni, in fondo, era una bella fortuna.

Cosa avrebbe fatto? A parte svaligiare la gelateria, ovviamente. Aveva qualche idea, di cui un paio molto ambiziose. Voleva fare un giro in elicottero. Andare al mare. Andare in piscina. Fare una festa. Voleva anche andare al cinema, anche se non sapeva bene cosa fosse. Gliene aveva parlato suo nonno, quando era più piccola, e diceva che fosse il posto più magico del mondo – un posto dove le figure prendevano vita. Si muovevano e parlavano, raccontavano storie. Anna non ci credeva troppo, ma voleva provare. C’erano ancora dei cinema da qualche parte, di quelli piccoli però. Quelli che stanno in una stanza e si fanno partire con un tasto, da lontano. Suo padre sosteneva ce ne fossero alcuni nel palazzo del N.O.M.E.N., e lei voleva sapere se era vero. Forse quello era il suo progetto più ambizioso per il mese che la attendeva.

Le era arrivata la comunicazione appena un’ora prima. Ironicamente proprio nell’ora di storia.

Stavano ripassando l’ultima parte di programma – o meglio, la Prof. Yue stava interrogando facendo finta che fosse un ripasso, convinta che dopo quasi tre anni nessuno avesse ancora scoperto la sua tattica. Aveva chiesto a Giulio per cosa stesse la sigla “NOMEN”.

“Nazione Onoraria Mondiale E Naturale.”

“E sai anche cosa significa?”

“Significa che c’è un solo governo mondiale, simbolico e inattaccabile. Perché è naturale.”

La domanda successiva era stata sulle origini del NOMEN e diretta ad Elsa, che evidentemente non aveva studiato. La prof. aveva spiegato che si era formato dopo la Grande Guerra del duemila… duemilanovanta… qualcosa – Anna non era esattamente un asso con le date – per rendere possibile la pace e la sicurezza dei sopravvissuti, che sarebbero poi i loro genitori e i loro nonni. L’ultima domanda era stata diretta a lei. Aveva sperato fino alla fine che si dimenticasse di interrogarla, e invece ovviamente Yue non dimenticava mai niente.

“Anna, ti ricordi cos’è un goldfish?”

Tutto sommato le era andata bene. Insomma, tutti sapevano cosa – o meglio chi – fosse un goldfish, anche senza aprire il libro.

“Il goldfish è una delle persone che ogni mese vengono scelte per poter prendere soldi dal Fondo.”

“Il Fondo…?”

“Il Fondo Monetario del NOMEN.”

“E come funziona?”

“Ogni mese vengono estratte dieci persone che… hanno accesso a tutti i soldi che il NOMEN ha… che però di solito non appartengono a nessuno…”

“Vuoi dire che in quel mese appartengono ai goldfish?”

“No, no… sono solo in prestito. Alla fine del mese vanno restituite tutte le cose comprate che si possono restituire.”

“E il resto?”

“Viene… ripreso dal NOMEN.”

“Rintracciato. Rintracciato e incassato dal NOMEN, sempre alla fine del mese. Sì… e perché si fanno tutti questi pasticci? Non potrebbe tenerseli il NOMEN e basta, quei soldi?”

“No… cioè, sì, ma così è una cosa democratica, tutti hanno la stessa possibilità di essere estratti e diventare ricchi per un mese. Possono fare quello che vogliono. Cioè… se non fa male agli altri o al governo, o… o…”

“O alla natura. Sei un po’ insicura, eh. Queste cose dovresti saperle bene, sono la base della nostra società. Non si può essere ignoranti su queste cose, lo sai. L’ignoranza ci ha già fregati una volta. Voi siete il futuro, la nostra speranza. Non dimenticatevelo.”

La prof. Yue insisteva moltissimo su questa cosa del futuro. Probabilmente perché il passato era stato un po’ uno schifo, specie per quelli della sua generazione.

Anna sapeva bene cos’era successo, nonostante i problemi di esposizione. Il nonno gliel’aveva raccontato più e più volte, dall’inizio della guerra fino alla sua conclusione, l’annullamento dei confini e la nascita del NOMEN.

Per Anna, i confini erano qualcosa di inimmaginabile. Cioè, da quel che aveva capito, un centinaio di anni prima la gente viveva dentro a delle linee immaginarie e per quelle si chiamava in un modo o nell’altro, parlava una lingua piuttosto che un’altra, faceva festa in un giorno e non in un altro. E ce n’era tanta, di gente. Tantissima. Nonno diceva quasi dieci miliardi, ma era un’altra delle cose a cui Anna non credeva molto. Dieci miliardi di persone erano troppe, non potevano starci. Per forza che era scoppiata la guerra – nella sua classe erano in nove e già si faticava a salutare tutti la mattina, figuriamoci farsi stare simpatiche dieci miliardi di persone.

Comunque, il nonno sosteneva che non fossero stati il numero di persone o il poco spazio a far scoppiare la guerra, ma i soldi. Soldi che – altra cosa inconcepibile – avevano un nome diverso a seconda dei confini in cui stavi.

Un tempo c’erano persone ricchissime e persone poverissime. Alcuni avevano così tanti soldi da fare invidia a un goldfish, altri non ne avevano abbastanza nemmeno per comprare il pane. Perché il pane si comprava, non come adesso che c’erano le porzioni stabilite dei cibi, come le uova, che erano due a testa a settimana, o il latte di cui invece arrivava un cartoccio al giorno. Tutta questa confusione e questi soldi avevano fatto arrabbiare le – troppe – persone. Anna sinceramente non se ne meravigliava.

Ciò di cui si meravigliava, invece, era che erano stati i governi dei paesi a iniziare la guerra. Era assurdo che proprio quelle persone che avrebbero dovuto assicurarsi del benessere della gente avessero dato inizio a qualcosa di così distruttivo. Ma quello che la stupiva ancora di più era che, da quello che le aveva detto il nonno e che era effettivamente riportato sui libri, erano stati i paesi più ricchi a iniziare la guerra. Una guerra per la gestione dei soldi che in parte c’erano, in parte non c’erano, in parte c’erano ma non dovevano esserci, in parte non si sapeva dove fossero.

Quindi ecco, all’inizio era stata un’inutile carneficina, ma poi era avvenuto il disastro. Uno degli stati aveva usato un’arma – non si ricordava come si chiamasse, ma qualcosa di estremamente distruttivo e mortale. E gli altri stati avevano risposto al fuoco.

Così nel giro di un anno i soldi erano sani e salvi, e il 99% della popolazione era sparito. Gran parte delle restanti anime erano morte nei mesi successivi per mancanza di cibo, acqua, riparo e medicine. Molti si erano tolti la vita. E poi qualcuno aveva avuto il coraggio di mettersi in contatto con gli altri e gettare le basi per quello che sarebbe stato il NOMEN. Nessuno sapeva chi fosse questa persona, era stata giustiziata poco tempo dopo, dal NOMEN stesso. Il suo nome cancellato dai pochi registri e mai scritto sui libri, e nessuno ne doveva parlare. Perché a nessuno venisse l’idea che in realtà il NOMEN fosse suo. Anna, in segreto, era molto curiosa riguardo a questo personaggio, ma ovviamente non aveva mai fatto domande al riguardo. Di sicuro non le avrebbe fatte ora.

La segretaria era entrata in classe nell’esatto momento in cui Yue firmava il voto – un sette. Anna non aveva avuto tempo di tirare un sospiro di sollievo che era stata accompagnata in fretta in presidenza. Il preside non c’era, ma la segretaria le aveva detto di rispondere al telefono, poi era uscita e aveva chiuso la porta.

Dall’altro capo, una voce gracchiante l’aveva informata di essere una dei dieci fortunati del mese. Era un goldfish.

Anna finì il gelato con calma, pulendo la coppetta di carta al meglio che poteva. Era in ritardo, ma non le importava – non voleva sprecare neanche un po’ dei dodici Elettroni che aveva speso per quel gelato. Il gelato, in fondo, era un bene di lusso. Con dodici Elettroni si potevano comprare tre chili di farina, o cinque arance, o nove mele e tre quarti. Ma soprattutto si poteva comprare un’intera giornata di energia, che era ciò che di più prezioso si potesse avere, nonché quello in cui le famiglie di solito decidevano di investire la loro quota mensile di Elettroni. Anna si era genuinamente messa a ridere quando aveva scoperto che gli elettroni sono particelle che creavano energia, o qualcosa di simile. Le veniva da sorridere anche ora, al pensiero che chi aveva riorganizzato la valuta avesse potuto pensare di comprare l’energia con degli Elettroni.

Si avvicinò a un cestino della spazzatura, l’ultimo prima di raggiungere la porta di casa. Poteva già vederla, là in fondo alla via, verde bottiglia. Una cinquantina di passi e sarebbe stata lì, avrebbe aperto la porta e si sarebbe sentita sgridare prima per il ritardo e poi per il gelato. Buttando la coppetta, Anna pensò anche che in effetti poteva non dire proprio niente riguardo al gelato, ma poi si immaginò la faccia dei suoi genitori quando avesse rivelato di essere stata pescata. Si immaginò nel dettaglio le espressioni di rabbia trasformarsi in sorpresa, suo padre boccheggiare un paio di volte nel vano tentativo di continuare la ramanzina, e pensò che sarebbe valsa la pena di sopportare qualche minuto di urla.

Prese un fazzoletto di carta dalla tasca della cartella e si pulì le mani meglio che poté. Butto il fazzoletto e inspirò, il cuore che batteva più veloce ad ogni passo. Non sentì nemmeno i passi avvicinarsi, concentrata com’era sulla notizia che avrebbe dato di lì a poco. O forse li sentì, ma semplicemente non ci fece caso.

Si rese conto che avrebbe dovuto quando sentì il dolore. Un dolore lancinante al fianco destro, a cui portò istintivamente una mano. Di fronte a lei era apparsa una persona, un uomo, con il volto coperto da una bandana e un cappuccio tirato sugli occhi. Lo sguardo annebbiato di Anna riuscì a malapena a distinguere dei capelli ricci e scuri, prima di spostarsi sulla sua mano, ora coperta da un liquido appiccicoso, caldo e rosso.

Era sangue. Ebbe questa realizzazione soltanto quando sentì un’altra fitta di dolore che le tolse completamente il respiro, questa volta nel mezzo della pancia. Si accasciò a terra, facendo appena in tempo a vedere la lama di un coltello sfilarsi da dentro di lei e rimanere in mano alla persona col cappuccio.

La persona si inginocchiò vicino a lei e tirò fuori una bomboletta di vernice spray e disegnò qualcosa per terra. Una di quelle costosissime bombolette di vernice. Non era nella lista di cose che avrebbe comprato.

Poi il ragazzo si girò verso di lei, e nonostante il fischio assordante nelle orecchie, il dolore e la voglia di vomitare, Anna riuscì a sentire perfettamente le sue parole.

La libertà ha un prezzo.

Non avevano alcun senso. Forse era perché era un po’ confusa, pensò, lanciando un ultimo sguardo alla porta verde bottiglia senza avere la forza di urlare o chiamare i suoi genitori.

I passi si allontanarono di corsa, così com’erano arrivati. Anna chiuse gli occhi. Allora forse li aveva davvero sentiti.

Annunci

La lista

Meno di una settimana fa ho concluso la seconda decina di anni della mia vita. Mi lascia ancora perplessa questa cosa, però, per quanto faccia strano essere ormai adulta sotto quasi tutti gli aspetti ufficiali, mi sono accorta che non ho avuto quella presa di coscienza che speravo avrei avuto.

Quindi ho pensato a cosa potrebbe aiutarmi a sentirmi più realizzata, o anche solo più ferma sui miei piedi. E mi è venuta in mente una lista.

È una lista di cose che vorrei fare, ma non devo fare per forza. Neanche per me stessa. Una lista che si aggiornerà con – si spera – spunte e nuove voci.
Una volta finita mi sono sentita stranamente in pace. Sul serio, credo che ognuno dovrebbe farne una. Anche tu.

Ma bando alle ciance, veniamo a noi.

LA LISTA:

Vedere tutti i film che hanno maggiormente influenzato la storia del cinema
Ma vederli davvero. Sedermi sul divano e farmi prendere dal film, dedicargli tutta la mia attenzione. Niente streaming. Niente facebook. Mi toccherà fare un’altra lista con i film da vedere, ma pazienza.

– Leggere tutti i libri nella mia libreria
Perché ora come ora mi faccio vergogna.

Rispolverare il francese
Voglio essere poliglotta. Il francese è una lingua relativamente semplice per noi piemontesi, l’ho già studiata, potrei praticarla. Non ho scusanti.

Imparare almeno le basi dello spagnolo
O del portoghese, non ho ancora ben deciso. Lo spagnolo forse è più diffuso, ma il portoghese mi ispira di più. Nulla vieta di fare entrambi.

Imparare la lingua dei segni
O almeno le cose base, le cortesie, gli oggetti più comuni.

Riprendere in mano il violino
L’ho abbandonato malamente, e non se lo meritava. Appena mi viene voglia di accordarlo lo riprendo. Giuro.

Imparare a leggere gli spartiti per pianoforte
Perché lo suono già a livello elementare, ma vado a orecchio perché non so leggere le note. O meglio non mi sono mai messa a studiare decentemente. Potrebbe essere una cosa lunga, ma la mia lista non ha fretta.

Imparare almeno qualche accordo con la chitarra
Ho imparato il giro di Do, poi la corda del Mi è saltata. Sostituita, saltata di nuovo. Mai presa la briga di andare a comprarne un’altra. Molto male.

Visitare New York City
Questa è nella lista da tempo. Costosa, ma penso fattibile.

Visitare la Cina
Tutta. O meglio, tutto va bene. Mi basta passare il confine e prendere un treno.

Imparare a cucire
Almeno da rammendarmi i calzini. Maaammaaaaaa!

Cantare in pubblico
Questa potrebbe essere sia semplice che insormontabile. Dipende da quanto alcohol avrò bevuto, presumibilmente.

Finire un corto
Terminarlo da capo a coda e farlo vedere a qualcuno. Questa è fattibile sul serio.

Fare volontariato
Un po’ ho già avuto modo di sperimentare, ma il problema è che mi sono sempre sentita stranamente inadeguata, indipendentemente dal contesto. Voglio superare questa barriera.

Fare i cento passi
Quei cento passi.

Adottare un bambino (o una bambina)
Questa conto di non spuntarla per un bel po’, però conto anche di spuntarla. Sarebbe una grandissima tappa vitale.

Comprare una casa
Questa non ha bisogno di spiegazioni.

Piantare un albero
Che però abbia un significato. Devo ancora decidere i dettagli.

Farmi un tatuaggio
Piccolo, semplice, simbolico. So già dove ma non so ancora cosa.

Abbracciare qualcuno
Però voglio uno di quegli abbracci lunghi e pieni di significato. Uno di quelli che contano più dei baci.

Realizzare un desiderio di qualcuno a cui tengo
O aiutarlo/a a realizzarlo in qualche modo.

Regalare un viaggio ai miei genitori
Perché se lo meritano.

Offrire una cena
Non so a chi, non so perché, non so quando. Sono fiduciosa di poter spuntare questa voce, però.

E questo è tutto, per ora. Sono sicura che qualcosa cambierà nel corso degli anni. Molte cose probabilmente non accadranno mai.

L’unica promessa che faccio è di non togliere mai nulla dalla lista. Almeno bisogna provarci. Niente scuse.

Lux 🙂

Sul pullman – Gente che ti salva la vita

Il pullman è un luogo di perdizione. Succedono molte cose brutte, sul pullman. Cose molto brutte. Però succedono anche cose carine e divertenti.

In breve.

Sei sul pullman con una tua amica che vai verso l’università per la lezione pomeridiana. Come te e lei, altri poveri universitari condividono il tuo destino.

Il pullman non è affollato, ma neanche propriamente vuoto, così quando un giovane uomo (che presumi essere un universitario come te) ti chiede di farlo passare per andare a obliterare il biglietto (evidentemente c’è ancora qualcuno che lo fa, NdA) sei costretta a staccarti dall’unico appiglio sicuro che hai – il palo – e cominciare a pregare che il tizio evapori prima che il pullman parta, altrimenti rotolerai per tutto il suddetto pullman.

Cosa che ovviamente non succede.

Alla prima vibrazione del motore intuisci che sta per succedere il disastro: ti aggrappi (pietosamente) alla tua amica cercando di non far cadere anche lei e le annunci un ironico “sto per morire”, che non fa altro che attirare lo sguardo inorridito di tutti i passeggeri che l’hanno sentito (…evidentemente pensavano fossi seria…?).

In mezzo secondo vedi la tua vita che ti passa davanti. Ok, meno tragica, cerchi disperatamente un modo per restare in piedi. E sempre in mezzo secondo LUI, il tizio che oblitera, ti afferra per un braccio e ti salva la vita.

Mentirei se dicessi che non mi ero prefigurata una continuazione da chick-flick. O almeno che sarebbe stato un modo assolutamente strafigo per conoscere una persona nuova.

Purtroppo però il salvatore misterioso non so chi sia.

In ogni caso grazie. Mi hai risparmiato un numero non indifferente di lividi e una figura di merda colossale.

Lux

Nottatina deprimente – di cui domani mi vergognerò di avere scritto

Stasera si torna sul sentimentale. Sentimentale depresso, diciamo. Ormai la serata ha preso questo andazzo… ho provato a ignorarlo, eh. Ma non ci riesco. Quindi eccoci. Meglio affrontare i propri problemi di petto.

Cosa dire… mi sento strana. Non è propriamente tristezza, più confusione. Un ‘cosa c’è che non va in me’ puramente a scopo informativo, per mettermi il cuore relativamente in pace. Senza rassegnazione o altro.

Sto ritardando l’inizio del post vero e proprio perché mi vergogno moltissimo di cosa sto per scrivere 😀

Il punto è che sono un po’ stufa – sono stufa di dover sempre essere quella che sta zitta e ascolta quando si parla di relazioni. E non perché sia una buona ascoltatrice o una persona riservata (anche se mi piace pensare di esserlo), ma perché non ho niente da dire.
Sono un po’ stufa di sentire le mie amiche che raccontano di questo e quel ragazzo incontrato in giro con cui scherzano da giorni su whatsapp e non poter far altro che sorridere o scuotere la testa – e voglio un mondo di bene alle mie amiche, sia chiaro. Non mi lamento di loro, anzi, spero che mi raccontino tutto di tutto per il resto dei nostri giorni. No… mi sto lamentando di me.

In primis perché non vorrei provare queste cose. È stupido e controproducente, e so benissimo che in realtà piangersi addosso non serve a niente.

Poi perché faccio sempre quella a cui non frega nulla e poi mi faccio abbattere da queste cazzate. Almeno mi piacerebbe essere coerente con me stessa.

E in ultimo perché so che non è “colpa” di nessuno. Tanto meno mia.

Certo, sicuramente non ho il fisico ideale. O il naso perfetto. O l’altezza giusta. O il portamento. Forse ho una voce fastidiosa e un sorriso non proprio affascinante.
E sicuramente ho mille difetti caratteriali, ho la coda di paglia, sono insicura, a volte logorroica, eccessivamente idealista e tendo a mettere su facciate di insensibilità che mi si ritorcono contro.

Però chi non ha dei difetti? Voglio dire, alla fin fine sono cose insignificanti. So che è così, credo fermamente che alla fine siano mali minori. Il punto è proprio questo, però… cioè, se non è nulla di tutto ciò il motivo per cui da anni ormai non mi sento bene con qualcuno (e anche le prime esperienze comunque sono state alquanto fallimentari, NdA), allora cos’è? Cosa sbaglio?

A mio parere è l’approccio. Sono sempre talmente focalizzata sul dover piacere che mi è difficile piacere davvero. Probabilmente anche le compagnie con cui ho interagito non erano esattamente il mio genere. Sicuramente io sono esigente di mio – non tanto dal punto di vista fisico, sebbene anche quello sia importante, quanto da quello degli ideali. E poi ci sono le affinità elettive, quelle stronze.

So che si tratta di aspettare. E che c’è gente che la persona giusta non la trova mai. Gente che non si sposa e non ha figli. Gente che fa altro. Gente che invece a trent’anni si sveglia e decide di buttarsi e fare tutto ciò che non ha fatto prima per paura, senza curarsi troppo delle conseguenze.

Ma io non voglio aspettare fino ai trent’anni. Non posso. Non voglio perdermi questa parte della mia vita.
Eppure sta passando… e io non so come fermarla.