L’unica cosa certa è che non lo amo – Parte 1

Uno sbuffo di fumo. Si allontana dalle sue labbra, lento, pigro quasi quanto il traffico che scorre metri sotto di Lei.

L’unica cosa certa è che non lo amo, si dice.

Si volta a guardarlo. Sta dormendo. Dio solo sa come faccia, con tutta questa luce. Lei sicuramente non ci riesce. Eppure anche Lei aveva consapevolmente deciso di vivere in una città che non è mai buia, nemmeno a notte fonda. Forse soprattutto non a notte fonda.

Quando torna a guardare fuori dalla vetrata, la nuvola di fumo si è dissolta abbastanza da permetterle di intravedere il proprio riflesso. Lei cerca in fretta la sigaretta per poter tirare un’altra nota e togliersi quell’immagine da davanti, ma è troppo tardi: il suo viso, stanco, imperfetto, è ormai impresso nella sua memoria. Non che non le piaccia… solo non le piace ora. Non vuole vedersi, in questo momento. Non vuole ricordare di essere una persona singola che dovrà prendere delle decisioni. Vuole solo un attimo, una pausa, possibilmente sola o almeno in silenzio. Lontana da tutto, anche da se stessa.

E invece il suo stesso riflesso è a pochi centimetri, Lui è a pochi metri. Dorme. Non sa. O forse non vuole sapere.

Gli aveva detto di avere smesso, con il fumo. Lui si era detto contento, perché il fumo fa male. Probabilmente non sarebbe stato contento di sentirne l’odore, una volta sveglio, e Lei ha un breve attimo di ripensamento sulla sua decisione di riaccendersi la prima sigaretta dopo otto mesi, dodici giorni e sette ore. Sospira, si guarda intorno, cerca qualcosa su cui spegnere la sigaretta. L’esterno del davanzale va più che bene, pensa, tanto non farà storie.

Perché Lei ha la strana sensazione che Lui, invece, la ami.

Si conoscono da tempo – decisamente troppo tempo. Si erano incontrati anni prima, durante una gita scolastica. Non erano nemmeno in classe insieme, eppure il loro rispettivo gruppo di amici aveva legato, e si erano ritrovati a chiacchierare, di tanto in tanto. Per Lei, quindicenne o giù di lì, era stato un colpo di fulmine. Uno di quei classici, intensissimi amori giovanili che, nel suo caso, si era acceso e spento senza aver nessun riscontro nella realtà. La gita era finita. Per anni non si erano più visti o sentiti.

Finite le superiori, poi, era stato il momento di scegliere il proprio futuro. Lei ne aveva scelto uno che non la convinceva troppo, mentre Lui, da quanto le aveva detto, aveva un futuro da imprenditore segnato nell’esatto momento in cui era venuto al mondo – e non sembrava dispiacergli troppo. Era bravo a… fare… qualunque cosa facesse. Studiare economia è qualcosa che può fare più o meno chiunque. Tranne lei.

Lei aveva scelto un’Accademia dell’Arte. Teatro, più precisamente. Le piaceva, per quanto potesse piacerle un biglietto di sola andata per una professione che non sarebbe stata quella per cui aveva studiato.

I suoi compagni le piacevano, molto. Uno, in particolare, era alla fine riuscito a farle dimenticare quella stupida cotta – perché di questo si era trattato – e farla sentire felice, soddisfatta e completa. Per circa un anno e mezzo.

Lei non rimpiangeva nulla, ovviamente. Si erano amati e poi era finita, come succede a molte altre cose. All’inizio era stata dura, aveva anche tentato di odiarlo, ma con un po’ di buona volontà avevano tutto sommato mantenuto un buon rapporto. Poi l’Accademia era finita e si erano persi totalmente di vista. Non sapeva neanche dove vivesse, ora.

Con l’ingresso nel mondo del lavoro le cose erano diventate prima difficili, poi stancanti, poi estenuanti, poi insostenibili. Ci aveva provato senza troppa convinzione a trovare un lavoro, un ruolo, una produzione, una comparsa, un aiuto qualcosa, un costume da albero da indossare. Nel frattempo, sopravviveva attraverso altri lavori occasionali – cameriera, per lo più. Anche cassiera in un supermarket, per un paio di settimane.

Ora sta dietro al bancone di un bar. Fa il turno serale, tutto sommato non fa così schifo.

A volte ha paura di abituarsi. Alla routine. Al fatto di fare il turno serale in un bar, ecco. Certo, va ancora a qualche provino di tanto in tanto, ma senza più convinzione, senza più aver davvero voglia di realizzarsi – e la commissione lo capisce. Se ne accorge sempre dal loro sguardo – questa, questa ha potenziale. E’ brava, preparata, ma… senti, vediamone qualcun’altra, poi decidiamo.

E poi.

Poi era arrivato Lui. O meglio, tornato. E in quel secondo, in quell’esatto momento in cui i loro occhi si erano incrociati attraverso il bar, prima ancora che uno qualsiasi dei due potesse consciamente riconoscere l’altro, aveva maledetto il turno serale. E la routine. E l’Accademia. E quella grande città che non dormiva mai. E soprattutto Lui, anche se forse non se lo meritava.

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>>> Parte 2

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