Non ti curar di loro, ma guarda e passa

Ho letto di recente un articolo (o il post di un blog, ora non ricordo) in cui una giovane donna esponeva il proprio esperimento sociale: quasi nuda, ferma, per diverse ore non avrebbe reagito a qualunque cosa le avessero fatto. A disposizione del pubblico diversi oggetti, sia “positivi” che “negativi” – nell’elenco ricordo una pistola, una rosa e un boa di piume, ma la scelta era più vasta.

Inutile dire che, sebbene i primi approcci fossero timidi e per lo più innocui, quando la massa si è resa conto che davvero non ci sarebbe stata alcuna reazione è scattato un meccanismo strano per cui peggio è, più è divertente. Puntale la pistola alla testa e ridi. Pizzicala e cerca di farla sobbalzare. Stacca le spine della rosa – prendiamoci un momento per assaporare l’ingegno – e piantaglieli nella pancia.

Ora, vogliate perdonare la mancanza di dettagli (e di fonte – odio non citare le fonti, ma purtroppo è una riflessione a freddo e ho perso l’articolo originale), ma questa premessa vuole portare a una riflessione che la stessa ideatrice dell’esperimento è stata portata a fare dai risultati che ha ottenuto.

La crudeltà con cui è stata trattata questa donna è dovuta principalmente ad un motivo: era inerme. Non si sarebbe ribellata, e la gente lo sapeva. Non avevano niente di personale contro di lei, nessuno la odiava, a nessuno in particolare aveva fatto un torto. Eppure le hanno fatto del male. Perché?

Perché lei non si sarebbe ribellata, non avrebbe cercato di difendersi, non avrebbe espresso sentimenti o comunque avrebbe cercato di nasconderli. In poche parole, non avrebbe costretto il pubblico a confrontarsi con le conseguenze – a vergognarsi, a doversi giustificare, a doversi stancare nel pensare a quello che hanno fatto o trovare motivi per cui potessero farlo.

La ragazza ha concluso con una riflessione sul genere umano che personalmente ho trovato un po’ drastica (cito parafrasando per i motivi di cui sopra): “ogni essere umano, se ne ha la possibilità, diventa crudele”. Ecco, su questo non sono totalmente d’accordo. Sono d’accordo però con la continuazione: “se non si reagisce, non ci si ribella alle ingiustizie, ne arriveranno ancora. Perché il non parlare disumanizza – se non dici niente, vuol dire che puoi sopportare”.

Sei un giocattolo. Una bambola a cui si possono tagliare i capelli perché non dice il contrario. Non sei una persona con dei sentimenti che, nonostante sia in silenzio, vorrebbe essere accarezzata piuttosto che schiaffeggiata.

“Voglio che i genitori e gli adulti pensino intensamente a questo quando dicono ai ragazzini ‘ignorali, gli passerà‘. Pensate a cosa state veramente dicendo a quel ragazzino.”

State dicendo a un ragazzino di sopportare. Di lasciar fare. Chi ti sta dando fastidio non perderà interesse – al massimo, ad un certo punto, riuscirai a scappare. Cambierai scuola, compagnia, casa, e non sarai più costretto a subire.

E intanto chi osserva la scena pensa che in fondo sia giusto così. E’ giusto che tu venga trattato così – non dev’essere tanto grave se non reagisci, no?

Lo capisco, ora. Sia perché sono più grande (e quindi ho la maturità per dire ‘lascia stare, Marta, non vale la pena‘ oppure decidere di rispondere e fare un culo così al mio interlocutore), sia perché questo articolo è stato illuminante, anche se forse un po’ estremo. Spero di riuscire a ritrovarlo nei meandri del webbe. Nel caso posterò il link.

Comunque faccio questa promessa: ai miei figli – o ai giovani con cui verrò a contatto in futuro – non dirò mai “ignorali”. Cercherò di educarli a prendere coscienza di quello che li fa stare male, e del perché li fa stare male. Poi tracceremo un confine tra ciò che si può e si deve sopportare.

Sei triste perché hai preso un brutto voto? Pazienza, rimedierai con il prossimo (però studia testa di rapa).

Sei triste perché i tuoi compagni ti prendono in giro o ti umiliano per il suddetto voto? Molto bene. Parliamone. Capiamo perché è sbagliato. Poi vai e glielo spieghi – anche cento volte, se necessario. Lo spieghi a loro, ai tuoi amici, ai maestri/professori, a me, a tuo padre (ommioddiononscriveròmaipiùunacosadelgenere) e a chiunque metta in dubbio il tuo malessere.

Curati di loro. Guarda, fermati, parla. E, solo dopo, passa.

Lux 🙂

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I viaggi nel tempo

Questo è il primo vero post notturno che scrivo. Ed ora vi metterò al corrente dei pensieri che mi attraversano la mente a quest’ora.
Parliamo di viaggi nel tempo, o meglio ancora della fantomatica macchina del tempo. Le mie teorie sono le seguenti: essendo il tempo – apparentemente – una dimensione a sé, che però non è scindibile dallo spazio (il che porterebbe a tutto un ragionamento sul fatto che in realtà il tempo non esista affatto, ma mi ci addentrerò un’altra volta) significa che per viaggiare diciamo sei mesi nel passato o nel futuro dovrei tenere conto dello spazio. Ovvero dello spostamento della Terra. Cioè, la Terra ruota attorno al Sole, no? E su se stessa, no? Quindi tra sei mesi la Terra non sarà dove è ora. E anche tra un anno ho i miei dubbi che sarebbe possibile ritrovarsi nello stesso punto sul suolo terrestre perché il Sole viaggia nella galassia la quale viaggia nell’universo.
Quindi la classica macchina del tempo non potrebbe funzionare, a meno che non si inserisca un modo per farla spostare nello spazio mentre si sposta nel tempo.
Penso di non essere la prima che fa un ragionamento simile, in realtà. But still.

Spieghiamoci – Futuro. E roba. Ma soprattutto futuro.

La situazione è la seguente: io ho le idee abbastanza chiare su cosa vorrei fare della mia vita, almeno per quanto riguarda le grandi domande. La carriera è una di queste grandi domande. E mi sono resa conto che il percorso che ho intrapreso non mi porterà a quella carriera.

Lo sapevo già. Lo so da diversi anni, ormai, cosa voglio fare, e scegliendo questo percorso sapevo benissimo cosa sarebbe successo. Non ho combattuto abbastanza – specie con me stessa – perché per qualche motivo penso sempre di poter sopportare all’infinito. Peccato che so benissimo anche che in realtà non è affatto vero. E così, come mi succede sempre, sopporto fino a quando non ne posso più ed esplodo. Abbastanza letteralmente.

Di punto in bianco divento nervosa, o triste, o entrambe le cose, fino a quando non ho l’illuminazione di cosa non vada. E da lì in poi non ce n’è per nessuno – mollo. Qualunque cosa fosse a farmi stare male sparisce dalla mia vita, da un giorno all’altro. E’ successo con la mia vita musicale, sentimentale e, ovviamente, ora succede con la vita scolastica (succederà anche con quella lavorativa, ad un certo punto, a meno che non impari a non mettermi più nelle suesposte situazioni – l’assonanza con supposte è voluta). C’è da dire che ultimamente ci metto sempre di meno a spazientirmi e liberarmi della sorgente della pressione psicologica… non so se sia un bene.

Il fatto è che quando mollo qualcosa devo prendere qualcos’altro. In questo caso so anche cosa voglio “prendere”. Però questa volta i pro e i contro sono molti e molto, molto importanti. Fosse per me, prenderei l’occasione al volo. Ma non si tratta solo di me. La posta in gioco è troppo alta, e io ho troppo poco tempo e troppi pochi soldi.

Quindi niente. Una settimana per decidere cosa fare del mio futuro. Non che avere un mese o tre anni farebbe differenza. In questi casi odio me stessa e la mia indecisione, e soprattutto odio che alla fin fine cerco sempre di far contenti tutti… cosa chiaramente impossibile. E la cosa più assurda è che mi è sempre stato detto chiaramente che, alla fin fine, tutto quello che conta è che sia convinta e contenta io.

Peccato che io sia l’unica che non ci crede.

Indecisamente, Lux :/

L’unica cosa certa è che non lo amo – Parte 2

[ Se non avete letto la Parte 1, molto male. Leggetela ora! Leggetela QUI! ]

Lui era entrato con lo sguardo incerto di qualcuno che spera di riuscire a fingersi uno del posto. Giacca, cravatta e valigetta al seguito. Lei l’aveva riconosciuto immediatamente, nonostante non si somigliasse più – nemmeno un po’. Non assomigliava più a quel ragazzo sorridente e un po’ anticonformista di quelli che erano ormai quasi dieci anni prima. O meglio, lo sguardo, quello c’era. Anche il sorriso, gentile come se lo ricordava – però adesso portava gli occhiali, si vestiva e si muoveva come un uomo, non come un ragazzino impacciato. Quando l’aveva guardata, prima che uno sguardo di piacevole sorpresa, il suo era stato lo sguardo di un uomo.

Però le aveva sorriso. Sei tu, le aveva detto, quanto tempo!

Lei si era chiesta se fosse cosciente che sottolineare quanto tempo fosse passato non stava contribuendo a riavviare il suo respiro. Non sapeva nemmeno perché non stesse più respirando, a dire il vero. Le era passata, in fondo. Non lo vedeva da nove anni e tre mesi. In teoria, a questo punto, l’ascendente che aveva su di Lei avrebbe dovuto essere diminuito – se non scomparso del tutto.

Eppure, rispondere cordialmente al saluto aveva richiesto uno sforzo disumano. Sorridere senza sembrare assolutamente un’idiota era stato quasi impossibile.

Dio, quanto si sentiva stupida.

E non il tipo di stupido da ragazzina innamorata. Se fosse stato così, almeno avrebbe potuto dare la colpa agli ormoni, o al fatto che in fondo si sentiva un po’ sola e persa. No, la sua era una versione adulta – quella dove fai finta che non ti importi ma in realtà vuoi così tanto lasciare una buona impressione da lasciarne una pessima.

Lui, comunque, non aveva dato segno di notare il suo conflitto interiore. Si era seduto al bancone, aveva chiesto un aperitivo alcolico. Aveva cominciato a farle domande, sul suo lavoro, sulla sua vita, persino sulla sua salute. Il tutto accompagnato da quel sorriso – sorriso che Lei non poteva far altro che tentare, malamente, di imitare.

E Lei aveva risposto. Sinceramente e semplicemente, mentre preparava l’aperitivo. Gli aveva raccontato dell’Accademia, dei provini, del monolocale in cui si era rifugiata. Gli aveva detto di aver smesso di fumare, anche se Lui non aveva idea di quando avesse iniziato.

Per tutta risposta, Lui le aveva raccontato dell’Università. Di economia, un ambito che non lo appassionava troppo ma aveva i suoi vantaggi. Della sua famiglia, che lo aveva aiutato a stabilirsi in un loft in centro – quest’ultima parte l’aveva detta velocemente, tentando di non dare troppo peso alla cosa, quasi si vergognasse. Cosa che l’aveva fatta sorridere, e Lui se n’era probabilmente accorto.

Lei, invece, aveva continuato a preparare vassoi di stuzzichini ed asciugare stoviglie. Senza accorgersi di nulla.

Fino a quando Lui non le aveva sporto il bicchiere vuoto, e lei lo aveva raccolto velocemente, con l’atteggiamento pragmatico di chi è abituato a fare un lavoro che richiede di sopportare ritmi sostenuti. Lui, però l’aveva fermata. L’aveva osservata da dietro gli occhiali per un paio di secondi, prima di chiedere.

Se ti va, vediamoci, ogni tanto.

Se ti va. Non sapeva se le andasse. Una parte di Lei era estasiata all’idea, un’altra aveva il forte impulso di ridere e mandarlo a farsi fottere.

Vediamoci. E qui c’era l’enorme, insostenibile incognita di cosa si intendesse con vediamoci.

Ogni tanto. E questo era stato l’unico dubbio a cui si era trovata a dar voce.

Quando?

Quando vuoi, le aveva risposto Lui, tirando quello che era palesemente un sospiro di sollievo. E aveva sorriso, sollevato, sereno.

Aveva sorriso come sta sorridendo ora, ancora profondamente addormentato a pancia in giù, un braccio fuori dal letto.

Lei lo sta ancora osservando, in silenzio, con il mozzicone tra le dita, aspettando che si raffreddi abbastanza per poterlo buttare nella spazzatura. E’ freddo da diversi minuti, ormai, ma Lei sa che se si alzasse per buttarlo, poi si metterebbe i pantaloni, afferrerebbe la borsa e uscirebbe. E non è sicura di volerlo fare.

Se se ne andasse ora, Lui non avrebbe alcun modo di fermarla. Certo, potrebbe raggiungerla dopo, tanto sa dove lavora, ma sarebbe troppo tardi. Se uscisse ora, sarebbe una fuga. E Lei non fugge, neanche se ha terribilmente paura.

Quindi resta, per lenire il proprio senso di colpa, ma anche perché in fondo sa di non poterlo lasciare, ora. Lei non vorrebbe essere lasciata sola, quindi le sembra solo giusto essere coerente.

Perché se Lei se ne andasse ora, a Lui non resterebbe che l’odore di fumo.

L’unica cosa certa è che non lo amo – Parte 1

Uno sbuffo di fumo. Si allontana dalle sue labbra, lento, pigro quasi quanto il traffico che scorre metri sotto di Lei.

L’unica cosa certa è che non lo amo, si dice.

Si volta a guardarlo. Sta dormendo. Dio solo sa come faccia, con tutta questa luce. Lei sicuramente non ci riesce. Eppure anche Lei aveva consapevolmente deciso di vivere in una città che non è mai buia, nemmeno a notte fonda. Forse soprattutto non a notte fonda.

Quando torna a guardare fuori dalla vetrata, la nuvola di fumo si è dissolta abbastanza da permetterle di intravedere il proprio riflesso. Lei cerca in fretta la sigaretta per poter tirare un’altra nota e togliersi quell’immagine da davanti, ma è troppo tardi: il suo viso, stanco, imperfetto, è ormai impresso nella sua memoria. Non che non le piaccia… solo non le piace ora. Non vuole vedersi, in questo momento. Non vuole ricordare di essere una persona singola che dovrà prendere delle decisioni. Vuole solo un attimo, una pausa, possibilmente sola o almeno in silenzio. Lontana da tutto, anche da se stessa.

E invece il suo stesso riflesso è a pochi centimetri, Lui è a pochi metri. Dorme. Non sa. O forse non vuole sapere.

Gli aveva detto di avere smesso, con il fumo. Lui si era detto contento, perché il fumo fa male. Probabilmente non sarebbe stato contento di sentirne l’odore, una volta sveglio, e Lei ha un breve attimo di ripensamento sulla sua decisione di riaccendersi la prima sigaretta dopo otto mesi, dodici giorni e sette ore. Sospira, si guarda intorno, cerca qualcosa su cui spegnere la sigaretta. L’esterno del davanzale va più che bene, pensa, tanto non farà storie.

Perché Lei ha la strana sensazione che Lui, invece, la ami.

Si conoscono da tempo – decisamente troppo tempo. Si erano incontrati anni prima, durante una gita scolastica. Non erano nemmeno in classe insieme, eppure il loro rispettivo gruppo di amici aveva legato, e si erano ritrovati a chiacchierare, di tanto in tanto. Per Lei, quindicenne o giù di lì, era stato un colpo di fulmine. Uno di quei classici, intensissimi amori giovanili che, nel suo caso, si era acceso e spento senza aver nessun riscontro nella realtà. La gita era finita. Per anni non si erano più visti o sentiti.

Finite le superiori, poi, era stato il momento di scegliere il proprio futuro. Lei ne aveva scelto uno che non la convinceva troppo, mentre Lui, da quanto le aveva detto, aveva un futuro da imprenditore segnato nell’esatto momento in cui era venuto al mondo – e non sembrava dispiacergli troppo. Era bravo a… fare… qualunque cosa facesse. Studiare economia è qualcosa che può fare più o meno chiunque. Tranne lei.

Lei aveva scelto un’Accademia dell’Arte. Teatro, più precisamente. Le piaceva, per quanto potesse piacerle un biglietto di sola andata per una professione che non sarebbe stata quella per cui aveva studiato.

I suoi compagni le piacevano, molto. Uno, in particolare, era alla fine riuscito a farle dimenticare quella stupida cotta – perché di questo si era trattato – e farla sentire felice, soddisfatta e completa. Per circa un anno e mezzo.

Lei non rimpiangeva nulla, ovviamente. Si erano amati e poi era finita, come succede a molte altre cose. All’inizio era stata dura, aveva anche tentato di odiarlo, ma con un po’ di buona volontà avevano tutto sommato mantenuto un buon rapporto. Poi l’Accademia era finita e si erano persi totalmente di vista. Non sapeva neanche dove vivesse, ora.

Con l’ingresso nel mondo del lavoro le cose erano diventate prima difficili, poi stancanti, poi estenuanti, poi insostenibili. Ci aveva provato senza troppa convinzione a trovare un lavoro, un ruolo, una produzione, una comparsa, un aiuto qualcosa, un costume da albero da indossare. Nel frattempo, sopravviveva attraverso altri lavori occasionali – cameriera, per lo più. Anche cassiera in un supermarket, per un paio di settimane.

Ora sta dietro al bancone di un bar. Fa il turno serale, tutto sommato non fa così schifo.

A volte ha paura di abituarsi. Alla routine. Al fatto di fare il turno serale in un bar, ecco. Certo, va ancora a qualche provino di tanto in tanto, ma senza più convinzione, senza più aver davvero voglia di realizzarsi – e la commissione lo capisce. Se ne accorge sempre dal loro sguardo – questa, questa ha potenziale. E’ brava, preparata, ma… senti, vediamone qualcun’altra, poi decidiamo.

E poi.

Poi era arrivato Lui. O meglio, tornato. E in quel secondo, in quell’esatto momento in cui i loro occhi si erano incrociati attraverso il bar, prima ancora che uno qualsiasi dei due potesse consciamente riconoscere l’altro, aveva maledetto il turno serale. E la routine. E l’Accademia. E quella grande città che non dormiva mai. E soprattutto Lui, anche se forse non se lo meritava.

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>>> Parte 2

Spieghiamoci – Sul perché vorrei tanto ricevere un rametto di mimosa

[Con questo post apro una nuova rubrica simbolica, che non so quanto sarà popolata, ma sento il bisogno di aprire. Perché sono una persona inutilmente complessa – secondo alcuni. Quindi in questa “rubrica”, se così vogliamo generosamente chiamarla, spiegherò alcuni dei miei patemi che sembrano apparentemente immotivati, ma in realtà hanno una ragione di fondo.

Premessa terminata, passiamo al dunque.]

Come suggerisce il titolo, parliamo di mimose. Della festa della donna, che sarà tra circa un giorno. Per spiegare ho bisogno di fare una piccola digressione, chiedo perdono.

Sono stata per lungo tempo poco impressionabile per quanto riguardava sia le festività che tematiche come la parità dei sessi. Per “lungo tempo” intendo sempre per quanto riguarda le festività (che sia chiaro, le apprezzo anche, ma generalmente mi lasciano abbastanza indifferente) e fino a un paio di anni fa per quanto riguarda invece la parità dei sessi.

A quest’ultima tematica mi sono affezionata particolarmente nell’ultimo anno, arrivando a farmi parecchi nemici a causa di questo – online, per fortuna. Dal vivo nulla di irreparabile. Ciononostante, ho sopportato silenzi imbarazzati da parte di amici e conoscenti quando si entrava nel discorso; ho dovuto fare la parte dell’invasata; mi sono sentita dire che sono soltanto una persona acida perché non ho un ragazzo, che avrei cambiato idea quando (e se) ne avessi trovato uno; che solo le persone che hanno bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione si lamentano per cose così futili. Problemi che tutte le femministe freelance hanno dovuto affrontare e affronteranno presumibilmente per tutta la loro vita.

Ora, so benissimo che si tratta di piccoli episodi, insignificanti per quanto riguarda quello che sono e so di essere, e quello che è la mia vita. Ciò non toglie che alcuni se non tutti abbiano fatto male, in diversi modi e quantità, ma abbiano fatto male.

Sono andata avanti comunque. Ancora lo faccio, con la stessa convinzione, se non di più, e non mi aspetto assolutamente che mi si dica grazie. Non voglio. Perché lo faccio anche per me, e per le generazioni future – che si tratti di possibili figli, nipoti, figli di amici (e sì, uso il maschile, perché anche gli uomini beneficerebbero di un mondo più tollerante verso quello che una persona è e aperto verso ciò che può e vuole fare, ma in questo discorso entrerò un’altra volta). Però.

Però quest’anno mi sono data da fare, tanto. Ho sopportato molto, e sono felice di averlo fatto. In quanto donna e in quanto persona, sono fiera di me stessa. E torniamo alla mimosa.

So benissimo che la mimosa è l’aspetto commerciale di una ricorrenza che di commerciale non dovrebbe avere nulla. So che fissarsi su qualcosa di così superfluo come il rametto di mimosa è forse infantile. So che, se confrontato con tutto quello che ho fatto e detto finora, sembra anche una nota calante in quello che finora è un pezzo venuto non troppo male, nonostante i fischi. Eppure vorrei tanto, intensamente ricevere questo apprezzamento in quanto donna; un qualcosa di assolutamente simbolico, ma un simbolo che abbia un vero significato. Che mi dica: sì, sei una donna, e una donna forte, e ti apprezzo in quanto tale, e apprezzo quello che fai per le donne, nonostante sarebbe molto più facile sbattersene come fanno molti altri.

Questo è quanto.

Ovviamente non me la prenderò irrimediabilmente se non dovessi ricevere niente (e temo purtroppo sarà così 😦 ), però ci rimarrò male. E poi che non mi si dica che se voglio qualcosa devo essere chiara, non giocare agli indovinelli. Più chiara di così.

In ogni caso, buona festa della donna a tutte/i (in anticipo, ma vale lo stesso,no?)! 🙂

Lux 😉

Sul treno – Ferma a Carmagnola?

Diverso tempo fa, forse anche più di un mese.

Prendo il treno per andare a Torino. Sono stanca ancora prima di iniziare la giornata, tutto quello che voglio è passare un viaggio tranquillo, ascoltare musica, guardare fuori, magari dormire. Ovviamente, con una premessa simile, uno può tranquillamente intuire che non andrà affatto così.

Alla prima fermata sale un uomo a cui non faccio troppo caso se non per il fatto che è pieno di posti liberi e si siede di fronte a me. Eh, pazienza, stavolta va così. Prima di sedersi mi chiede se il treno fermi a Carmagnola. Nel rispondere che, sì, il treno si ferma a Carmagnola, mi rendo conto che ha un borsone con sé, ha l’aria trascurata, e puzza di alcol. Eh, pazienza, stavolta va così.

L’uomo non perde tempo e tira fuori dal borsone un tablet, che a quanto pare custodisce gelosamente ancora nella scatola originale. Guarda quello, per un po’, poi lo rimette nella sua scatola e nella borsa, in fretta ma con cura.

Dev’essere un senzatetto, penso. Chissà dove va. Chissà quali piani ha per il futuro. Non mi ero mai nemmeno posta il problema, però pensandoci, se fossi una senzatetto, anche io prenderei un treno ogni tanto e me ne andrei da qualche parte.

Soddisfatto dall’interazione con il tablet, l’uomo prende un portamatite, ne tira fuori qualcuna, poi prende un’agenda del 2008 e strappa un paio di fogli a righe. E poi comincia a disegnare.

A disegnare l’uomo seduto su un sedile dall’altra parte del corridoio. Se il soggetto si accorge dell’attenzione, non lo dà a vedere. E io, dalla mia, sorrido. Sono terribilmente curiosa di sapere come andrà a finire questo viaggio.

In una decina di minuti, il ritratto è finito. Cerco di lanciare un’occhiata, e mi sembra ben fatto. Non perfetto, ma meglio di qualunque cosa avrei potuto tentare io su un treno in dieci minuti. E poi accade esattamente quello in cui stavo sperando.

L’artista si allunga verso il soggetto, gli porge il foglio. L’uomo dall’altra parte del corridoio sembra spaesato, un po’ in imbarazzo. Guarda il disegno e dice che è bello, lo restituisce. All’offerta di tenerlo non si sente di accettare. E qui interviene lei, la ragazza poco più in là.

Guarda il disegno, guarda l’artista, sorride. “E’ molto bello”, dice. L’artista annuisce deciso e sorride, e io prego intensamente di aver ragione su cosa sta per succedere.

Altro foglio, altro soggetto, stessa matita. Dieci minuti e la ragazza poco più in là ha il suo ritratto. L’artista glielo porge, lei sorride ancora, ringrazia e lo prende. L’uomo dall’altra parte del corridoio osserva, in silenzio.

Poi passano i minuti senza che succeda nulla. La ragazza saluta cordialmente prima di scendere alla sua fermata, ringraziando ancora.

Alla fermata successiva, l’uomo dall’altra parte del corridoio si alza. Fa due passi verso l’uscita, poi si gira verso l’artista. Sorride, seppur imbarazzato, e augura una buona giornata.

E io sorrido, ancora, perché quella giornata sarà una giornata più bella per tutti. Perché a volte il mondo ti regala attimi di perfezione che ripagano mille altri momenti in cui lasceresti perdere.

L’artista scende a Lingotto.

Ho tuttora un grande interrogativo sul perché volesse sapere della fermata di Carmagnola.