Alcuni estratti da Sunrise

‘Sunrise’ è una lunga storia, letteralmente.

E’ stato il primo momento in cui ho realizzato che avrei potuto scrivere un romanzo, oltre che leggerlo. La prima volta in cui avevo una storia che mi sarebbe piaciuto leggere, ma non esisteva, e quindi l’ho scritta.

Avevo tredici anni quando l’ho iniziata, l’ho scritta per la maggior parte dei miei quattordici, e probabilmente un pezzo dei quindici. Poi è diventata troppo infantile.

Giusto per avere un quadro generale, parla di una ragazzina che viene risucchiata nel suo libro preferito. Il concetto era molto più avanzato di quanto non pensassi, al tempo.

In ogni caso, butto qui qualche estratto.

 

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Erano le circa le due di notte, la luce della luna filtrava attraverso le tende azzurre della stanza di Ginevra, creando un’atmosfera tranquilla. O almeno lo sarebbe stata se dal piano inferiore non fossero arrivate le voci e i rumori della festa di quell’amica di sua madre.

“Ginevra scendi immediatamente! Non è educato non farti neanche vedere per cena, soprattutto se hai ospiti!” al solito, si aspettava che partecipasse alla calorosa vita famigliare.

“No! Ho sonno… è dalle sei che sono sveglia!” rispose distrattamente, perfettamente cosciente del fatto di non essere stata nemmeno sentita. Sospirò, e diede uno sguardo alla camera, come al solito perfettamente in ordine. Ogni cosa aveva un suo posto: i libri di scuola nello scaffale, i pupazzetti che le avevano fatto compagnia da piccola riposti in un cassetto dell’armadio, i vestiti piegati o appesi vicino al letto. Sul balconcino c’era il telescopio che le aveva regalato papà per i suoi quattordici anni. All’interno, appese alle pareti, diverse illustrazioni riguardanti le leggi che regolano il movimento dei corpi nello spazio, che lei adorava come se fossero state fotografie autografate del suo cantante preferito. Appoggiata sulla scrivania c’era la custodia dell’ottavino, in realtà usato solo il giovedì pomeriggio con un professore decisamente singolare che più che insegnarle a suonare sembrava fare le prove per un cabaret. Sul pavimento non c’era nulla, a parte i cavi del computer e della piccola televisione che la mamma le aveva finalmente permesso di sistemare, dopo immense spiegazioni su quanto sarebbe potuto essere istruttivo poter guardare il TG la sera tardi, senza disturbare lei e le sue telenovelas.

In fondo, quella stanza la rispecchiava: Ginevra era una ragazzina sveglia, con le proprie idee e una passione innata per l’astronomia. Non era molto alta, aveva dei capelli castano-rossicci che preferiva legare e un naso che riteneva decisamente troppo grosso e sgraziato. In compenso, aveva due occhi così azzurri da togliere il fiato. Era una ragazza molto ordinata, e le piaceva studiare, almeno tanto quanto la spaventava andare a scuola. Non che si trovasse male, no, ma la scuola poteva darle e toglierle tutto, tutta la poca stabilità che aveva accumulato nel corso del tempo. E il fatto che il passaggio per il liceo era vicino le metteva ancora più ansia.

In realtà, più che osservare la stanza, stava pensando. Pensando a papà e mamma, alla loro ormai stabile situazione e alla sua, di situazione. Erano ormai più di tre mesi che i suoi genitori avevano divorziato, anche se le cose non erano cambiate molto se non per l’aspetto burocratico: per scelta del giudice il padre avrebbe potuto vederla ogni due week-end e due settimane nei mesi estivi, per tutto il resto del tempo sarebbe stata con la mamma. Più o meno come avevano già deciso di fare quando si erano presi ‘una pausa di riflessione’ durante la quale avevano preferito lanciarsi insulti piuttosto che riflettere davvero.

Sorrise, cercando di pensare ad altro.

Tutto era cominciato circa cinque mesi prima, quando per caso aveva scoperto sul banco di un mercatino un libro decisamente antico del quale non aveva mai sentito parlare. Il titolo era appena leggibile: “Sunrise”. Aveva deciso di comprarlo, visto anche il prezzo minimo, ma l’aveva lasciato da parte per un lungo periodo, perché oltre a non avere mai tempo per leggerlo, non era un genere che le interessava. Aveva sempre pensato di non essere fatta per l’avventura.

Fu un giorno dei tanti in cui i suoi si erano visti che lei decise di fare le valigie e andarsene, in un impulso di indipendenza e rabbia. Ma mentre metteva a punto un piano e buttava qualche abito in valigia, sua madre era entrata nella stanza a l’aveva scoperta. Furiosa con i suoi genitori perché non si preoccupavano per lei e con se stessa per non essere stata capace nemmeno di fuggire, aveva afferrato la prima cosa che le era capitata per le mani ed era corsa fuori dalla casa, per i sentieri di campagna che si ramificavano in quella zona. Ma quando si era accorta che aveva portato con sé quel libro, era troppo tardi per tornare indietro e prendere qualcos’altro.

Il primo impulso era stato quello di buttarlo in un fosso e tirare dritto, ma le ore trascorrevano decisamente lente e l’unico modo per far passare il tempo era distrarsi; così Ginevra aveva preso il romanzo e aveva iniziato a leggerlo. E non aveva più smesso fino a quando non l’aveva finito. O meglio, fino a quando non era arrivata a poco meno della fine, dato che la prima pagina dell’ultimo capitolo era bianca, e così anche tutte quelle dopo.

Aveva letto dodici volte “Sunrise”, e ora stava per fare tredici. Sì, perché, nonostante le trecentoquarantasei pagine, tutte le volte che iniziava a leggerlo non riusciva a smettere, veniva totalmente presa dal racconto, come se lei stessa fosse stata un personaggio.

Era una storia di pirati, una di quelle storie che non si sarebbe mai sognata di leggere se avesse saputo di cosa si trattava. Non aveva idea di chi fosse l’autore, aveva cercato informazioni su internet con il motore di ricerca ma non aveva trovato nulla che potesse avere a che fare con il libro. Quel libro per il mondo non esisteva.

Questo libro sarà la mia rovina. pensò sbadigliando. Forse dovrei gettarlo in un cestino e cercare di tornare a vivere la mia vita…

Già. La sua vita. Perché avrebbe dovuto farlo? Quel libro era decisamente più avventuroso ed emozionante della sua vera vita. Se fosse stata un personaggio di quel romanzo almeno avrebbe avuto il coraggio di dire a tutti in faccia quello che pensava, sarebbe stata più sicura di sé. Avrebbe potuto dire chiaramente ai suoi che aveva tutte le intenzioni di voler bene ad entrambi e soprattutto che voleva rimanere fuori da quella loro faida psicologica in cui l’unica arma era lei.

Si vergognò di nuovo dei suoi pensieri. Sapeva che i suoi genitori le volevano bene, ma il loro modo di comportarsi la portava a pensare che il loro solo scopo fosse farsi del male a vicenda, senza curarsi di cosa avrebbe potuto pensarne lei. Nessuno le aveva ovviamente chiesto cosa ne pensava del divorzio, cosa che purtroppo comprendeva. Erano ‘cose da grandi’. Ma usare ogni pretesto per litigare, anche in sua presenza, non le sembrava giusto.

Questo brano fa parte di una raccolta di testi che ho scritto durante la mia vita.

Questa raccolta.

Questo file era chiamato “Pattini”. Solo così, “Pattini”.

Doveva essere l’inizio di un breve romanzo o racconto che parlava di una pattinatrice, dalla prima volta che ha messo piede su una pista ad una gara importante, o qualcosa del genere. Sicuramente avevo già iniziato il corso di pattinaggio, e altrettanto sicuramente non avevo ancora smesso.

Era quello che credo volesse essere un racconto semi-autobiografico. Ma la vita ha altri piani.

Quindi, boh, credo potessi avere dodici o tredici anni.

Questo è tutto quello che abbia mai scritto di questo wannabe racconto sportivo. Io. Che scrivo un racconto sportivo. Ahahah.

 

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E’ una cosa strana, la rabbia. Un fastidio, una tristezza… passa di mano in mano, di viso in viso, senza che nessuno se ne accorga. E senza saperlo, tutti la aspettano. Non possono vivere senza.

Una vita idilliaca e felice viene considerata vuota e falsa. Eppure tutti vogliono la felicità. E aspettano la rabbia.

 

Certo che mi ricordo quel giorno… già da subito papà disse che ero portata.

– Ma no, non è così difficile come sembra: basta tenere il peso su tutti e due i piedi – mi aveva subito smontato mamma. Ma per sua fortuna ero piccola, restavo ancorata ai complimenti e dimenticavo in fretta tutto il resto. Altrimenti mi avrebbe sentito.

Feci soltanto giri di pista, incollata al bordo, aggrappata con tutte e due le mani alla ringhiera. Non pensavo a niente, non guardavo nessuno, facevo i miei giri di pista e basta, cercavo di reggermi in piedi. Avevo un freddo cane, ma non mollai.

Non penso che da quel giorno sia nata la mia passione, ma di sicuro ha cambiato la mia vita.

La cosa che più adoro è il rumore che le lame fanno quando si salta in velocità: ghiaccio, acciaio, vento… una descrizione non rende neanche la metà delle sensazioni che suscita, ma so dire che è freddo, asciutto, e allo stesso tempo incalzante e deciso.

Avevo undici anni quando ho messo davvero piede in una pista di pattinaggio artistico su ghiaccio. I pattini erano da hockey, presi in affitto nella biglietteria, e lasciavano alquanto a desiderare.

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Questo brano fa parte di una raccolta di testi che ho scritto durante la mia vita.

Questa raccolta.

Le Lacrime

‘Le Lacrime’ è una poesia.

Perché c’è stato un lungo periodo della mia infanzia in cui non avevo paura di scrivere poesie, anche se il risultato forse non era quello che avrei sperato. Ed ero effettivamente di gran lunga più brava di quanto io non sia ora.

Non l’ho modificata. Otto anni, ‘sta roba qui. Non scherzo. *slow clap*

 

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Le lacrime

 

Le lacrime sono nascoste dietro un sorriso

Sono dopo quello che la bocca dice,

Sono dietro penna, inchiostro e pagine.

Sono dopo i colori,

Dopo gli occhi della gente.

Sono dopo e dopo ancora,

Dopo gli occhi irrequieti dei bambini,

Dopo il tuo migliore amico che ti tende la mano.

Sono dopo la prima parola che hai detto,

Dopo i passi silenziosi di una madre per non svegliare il figlio.

Le lacrime, le tue lacrime, sono dietro una porta,

Una porta di cui non hai mai perso la chiave.

La casetta immaginaria

Ho avuto dei grossi ripensamenti dopo aver deciso di pubblicare questo pezzetto.

E’ uno dei pochi di cui non so quando sia stato scritto. La formattazione del file mi fa credere che fosse una delle prime volte che usavo word – anche voi avrete giocato con grandezza e colore dei font, immagino. E con le ClipArt. Tante, tante ClipArt.

Quindi presumo avrò avuto tra i sette e gli otto anni. E niente, leggetevelo che tenterei di giustificarmi ma è meglio di no.

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La casetta immaginaria

Quando mi addormento sogno un mondo immaginario

Dove esistono case fatte con la panna

E non esiste noia

E poi è difficile, anzi, difficilissimo trovare una scuola

In un sogno la cosa che mi colpì di più fu una casetta immaginaria in fondo alla via.

Entrai in punta di piedi da una porticina di legno e guardai dentro: aveva solo una stanza che era ornata da tanti uccellini dipinti, in fondo alla stanza c’era un divanetto con i pizzi dorati. Appeso al soffitto c’era un lampadario in diamanti, in un angolo era posizionato un comodino in legno di ciliegio e sopra ad esso una grossa pentola di rame.

AD UN CERTO PUNTO VIDI UNA BAMBINA CASTANA E CON GLI OCCHI CASTANI. MI INNAMORAI A PRIMA VISTA.

Lei stringeva una bambola in braccio, portava una pettinatura strana e un vestitino verde e giallo con delle scarpette verdi. Aveva la pelle scura e, si capiva, era dolce come il miele.

Lei iniziò a parlarmi e disse:

“Ciao, come ti chiami? Io mi chiamo Michela.”

“Mi chiamo Teo, Michela è un bellissimo nome!- risposi io.

LEI RIMASE ZITTA.

 

AD UN CERTO PUNTO SPARì TUTTO, DA Lì NON MI RICORDO Più NIENTE, SOLO LEI CHE MI PARLAVA, MA IO VEDEVO SOLO BIANCO.

 

La sognavo tutte le sere, solo più lei.

Quando crebbi lei era cresciuta come me. 

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Questo brano fa parte di una raccolta di testi che ho scritto durante la mia vita.

Questa raccolta.

La mia storia autoriale

Mi è capitato, di recente, di dover tornare su alcune righe che ho scritto durante gli anni (sostanzialmente perché non sono più in grado di scrivere narrativa e sono costretta a ispirarmi a roba che ho già scritto per non rimanere a secco).

Durante i giorni scorsi continuavo a leggere e dire “wow, che imbarazzo”.

Poi mi è capitato che qualcuno, per motivi a me ignoti, ha aggiunto una risposta ad una mia vecchissima domanda su Yahoo Answers.

Parliamo di circa una decina di anni fa: usavo la sezione Letteratura e Autori come vetrina per i miei racconti e gli estratti di quelli che, nei miei sogni più inconfessabili, dovevano essere romanzi. A volte fingevo di scrivere per conto di qualcun altro che non osava esporsi, altre (più avanti, quando ormai avevo preso un po’ di confidenza) mi identificavo come autrice.

Ora. I vari brani sono, effettivamente, infantili. Ma poi leggo l’età che avevo.

Quattordici anni, quindici. E tutti i commenti mi dicevano che ero brava, brillante, esaustiva. Sapevo descrivere. Sapevo, insomma, scrivere.

 

Quindi niente, avvio un – breve – viaggetto nella storia delle mie imprese autoriali.

A partire da un prossimo estratto, che arriverà a breve, e potrete trovare QUI.

Vi risparmierò la fiaba del gattino e il topolino che scrissi a sei anni. Quella non è salvabile.

Inverno

È il primo giorno di inverno
Ma non fa freddo neanche un pochino
Sono ancora stretta
Nel tuo caldo abbraccio
Nelle tue calde parole
Sotto le calde coperte
Tra cui facciamo l’amore